Benvenuti a Favazzinablog

Finalmente, dopo anni che ho in mente di farlo, ho deciso di aprire questo piccolo blog su Favazzina. L'obiettivo è quello di creare una comunità virtuale delle varie persone che negli anni hanno preso parte alla vita della nostra mitica Favazzina in modo che, almeno attraverso internet, possano sentirsi e non perdere i contatti, ma anche quello di scrivere e non dimenticare le varie storie che per tante estati ci hanno fatto morire dalle risate.
Se vi va di partecipare potete contattarmi su skype (mauro.fuca) o scrivere un commento anonimo al blog (scrivete in ogni caso la vostra email) così vi faccio diventare autori del blog e potrete darmi una mano.
Salutamu!
UGRECU

venerdì 3 aprile 2009

U greco e la sciarra memorabile ovvero 'a fiocina ra discordia

Premessa
Questa storia in realtà è già stata raccontata da Nino u Ficonsji, ma essendo stato coinvolto personalmente nella vicenda, ritengo che non abbia percepito alcune sfumature a mio parere essenziali, pertanto, ho deciso di darne una mia versione. Su alcuni particolari non sono del tutto sicuro, sarà la memoria che inizia a vacillare o anche il fatto che la storia è stata così raccontata negli anni da espandersi come una leggenda. Comunque cercherò di riportare i fatti così come li ricordo accettando eventuali correzioni e integrazioni.

Era una giornata come tante, il sole lentamente si apprestava a calare e a tingere di rosso il mare, tirava una leggera brezza e noi figghioli, appostati come sempre ‘ntu molu, passavamo le ultime ore di luce della giornata tra i soliti cazzeggi pomeridiani.

Tutt’un tratto sentii una strana percezione ed ebbi la consapevolezza che da lì a poco avrei assistito ad un evento che sarebbe rimasto nella storia per anni.

Un noto personaggio genovese si avvicina all’acqua e inizia ad indossare la sua attrezzatura da sub: pinne, maschera (opportunamente sputazzata), boccaglio. Una volta pronto si tuffa in’acqua.
Sulla spiaggia intanto, il mitico P*******, in compagnia del nostro Ninuzzo u Ficonsgi, si appresta a sistemare il proprio Lido per la chiusura giornaliera quando... il suo sguardo si volge verso il mare, ammira il tramonto, ne studia le profondità e... dalle profondità vede emergere il biondo genovese, per riprendere fiato, e poi immergersi di nuovo.
L’assioma è istantaneo: Genovese + maschera + pinne + mare + immersione = sta facendo a pisca subacquea, ERGO avi a tiniri ‘a fiocina. genovesepescatoresubacqueoconfiocina + bagnanti del lido in acqua = incidente.
incidente + bagnantedellidochisiciuncau= cazzi miei!!!!
Il celebre bagnino si appresta immediatamente a richiamare il genovese ed a farlo uscire immediatamente dall’acqua.
Ormai i due contendenti sono l’uno di fronte all’altro. Da una parte il bagnino nella sua abbronzatura dorata, dall’altra il genovese con la chioma bionda e il corpo bianco latticino. Nel mezzo Ninu u ficonsgi che cerca di minimizzare il tutto. I due contendenti si scambiano per circa 15 minuti epiteti affettuosi in un costante crescendo di fioriture stilistiche reciprocamente nei propri idiomi, ma quando il bagnino sta per essere sovrastato dalla dialettica dell’avversario decide di ricorrere al proprio repertorio più minaccioso.
Pone le mani ai fianchi, spalanca gli occhi, arretra leggermente il busto e proferisce (con un’emissione di svariati decibel e un’altezza pari al “vincerò” di Pavarotti:

“MMMMMAAAANNNNNNAAAAAAJJJJJJJJJAAAAAA SAAANNTTAAARRRRRRUUUUUOOOOOOOOOOOOOCCCCCCU!”

Il grido echeggia alcuni istanti per lo Stretto nel silenzio totale degli astanti. Sorvola Sutta Frunti, rimbalza su Scilla, converge su Messina, si infrange sulle onde. Di seguito:

“TEEEENIIIIIIIIIIITIIIIIIIIMIIIIII CU MAAAAAAAAAAAZZZZZUUU!”
“NINU, TENIMI, TEEEEEEENIMIIII, TEEEEEEENNNNNIIIIIIIIIMMMMMMMMMIIIIIIIIIII!” Non ci fu bisogno per Nino di fare alcunché, ormai la battaglia era vinta e la nostro amico genovese non rimase altro che ripiegare sconfitto da tanta veemenza.
Per la cronaca tutto finì a tarallucci e vino (come migliore tradizione favazzinota), ma per completezza del racconto mi sembra opportuno precisare alcuni dettagli:

1. Il genovese non aveva la fiocina. Fu tutto un malinteso che si sarebbe potuto risolvere in maniera più tranquilla, ma meno divertente.
2. nessun pesce subì maltrattamenti né fu fiocinato
3. il nostro Ninuzzu, coinvolto suo malgrado nella discussione stava murendo ri risate anche se cercava di mantenere un certo aplomb
4. si ringrazia S. Rocco per l'amichevole partecipazione specificando che nessuno ce l’ha con lui, anche se a volte è necessario citarlo
5. si ringrazia Favazzina dove ogni lite (quasi tutte) sono occasione per ridere e poi in definitiva si rimane (quasi) sempre amici.

il Negretto e le sciarre

IN merito all'argomento settimanale racconterò un episodio che mi vide mio malgrado protagonista e che mi ritorna sempre in mente quando sento di tragedie causata da banalità e bullismo.
Correva l'anno 93 0 94 non ricordo di preciso, quell'anno per alcuni mesi a causa delle solite carenze strutturali scolastiche le lezioni si svolsero di pomeriggio per una sorta di turnazione programmata. ANdavo al Volta, scientifico. Un pomeriggio all'uscita di scuola mi avviavo insieme ad un mio compagno e due compagna alla stazione per prendere il treno io e il pulmann loro.Ne approfittavamo per fare un tranquilla(credevamo!) passeggiata sul corso Garibaldi che brulicava di persone visto che eravamo nel periodo primaverile. AD un certo punto due ragazzini di 10 anni al massimo iniziano ad importunare le mie compagne con un martelletto di quelli che si usano a carnevale, spero abbiate presente, era comunque un affarino di gomma. All'inizio pensammo "vabbè dai sono piccolini,,,si divertono" anche se io avevo visto in quei visi obiettivamente cattivi solo stronzaggine. Quando però poi continuarono a seguirci e a dar fastidio inziammo a invitarli di smetterla ma a quei due mocciosi neanche per l'anticamera, erano davvero provocatori, come se volessero ridicolizzarci. Oltre a sgridarlifrancamente non mi veniva di fare niente, erano davvero troppo piccoli (noi avevamo intorno ai 17 anni) però la pazienza stava per finire. Il mio amico ha una (brillante?mah) idea:aveva in tasca un tagliaunghie di quelli che hanno una piccola lametta. Pensa ora li faccio scappare via dalla paura, si ferma si gira verso di loro e tira fuori sto tagliaunghie facendolo passare dall'atteggiamento (finto aggressivo) per un coltello minacciandoli di smetterla.i due mocciosi si allontanano (anche se tutto mi erano sembrati tranne che impauriti) e così il mio amico soddisfatto mi dice "u viristi?non ci vuliva nenti!". Finite queste parole, dieci secondi dopo veniamo praticamente bloccati e circondati da un ventina di ragazzi (età che andava dai 10 ai 23 anni) quasi tutti a bordo di vespe truccatissime rumorosissime e riverniciate con colori assurdi. Eravamo di fronte al Duomo. Subito si va avanti quello che aveva l'aria di essere il capobranco: "Cu si pirmittiu mi nci punta nu cuteddu a me frati ?". "minchia - pensai io - ndi salunu a lignati ora" . IL bambino(ma quale bambinu...era nu delinquenti) indica prontamente il mio amico che per fortuna aveva avuto la freddezza e la scaltrezza di capire tutto subito e di liberarsi intanto del fantomatico coltello(buttandolo dentro il vaso di un negozio). Inizio ad osservare tutti i movimenti , i gesti, di ognuno, c'era quello che voleva subito alzare le mani, il classico tipo poi che bla bla bla ma che se lo prendi da solo è un agnellino, c'era quello che in fondo si trovava in mezzo a quei tipi per caso o per debolezza,,,c'era il classico ciccione che di norma funge da spauracchio per gli avversari,,,il capo continuava "cosu lordu non viri chi esti nu figghiolu?comu ti pirmittisti?" nel classico atteggiamento testa contro testa. Io e il mio amico eravamo dei bravi ragazzi, quando mai avevamo fatto a botte, cu cazzu nda l'aiva a diri a nui chi ndi truvavumu nda sta situazioni?. Iniziammo a giusticarci, a dire che cmq non era un coltellino ma solo un pezzo di legno trovato a terra, cercammo di buttarla sul rispetto (tema magari che poteva fare presa cu certi tipi) dicendo che avevano importunato le nostre ragazze (erano più brutte lu scuru ma in quell'occasione le avrei spacciate anche per mogli!!) e che non potevamo non fare niente visto che ci avevano tartassato per tutto il tragitto.Niente.Non volevano sentire ragioni. "aund'esti u cuteddu?fammillu viriri?". Ad un certo punto il capobranco si fa seguire dal mio amico e da altri due scagnozzi nella traversa che c'è sotto piazza Duomo e si fermano all'angolo, io li guardo, discutono,gesticolando,ho paura per il mio amico, per me, per le mie compagne che invece di stare zitte quasi quasi offendevano(minchia se avessi potuto i mazzava ieu nta du mumentu!). Rimasto solo cercai di buttarla sul senso di appartenenza "Minchia figghioli ndi sciarriamu fra riggitani?quandu venunu i buddaci poi facimu i cunigghi?", mi si avvicina uno magro quanto il legno di una scopa, viso cattivissimo, sembrava di un 30enne e magari non ne aveva neanche 2o "statti zittu, ndavi pi budacci e puru pi tia" e mi sputa sui piedi .Se mi avesse sputato in faccia penso che non mi sarei trattenuto e gli avrei tirato un pugno con tutta la rabbia che avevo in corpo, poi magari mi avrebbero strapicchiato ma non ci avrei neanche pensato. Ad un certo punto vedo che il gruppo che si era allontanato si riavvicina, il clima sembra più disteso, il mio amico e il capo parlano quasi amichevolmente, io subito mi sento sollevato e nella mia ingenuità appena mi furono vicini "dai figghioli non è successo niente" minchia mancu finia mu ricu che il capobranco mi tira uno schiaffetto "a mia mi denunciaru pu stessu motivu, statti zittu e non iapriri bucca". Minchia non dissi niente, non reagì, incassai lo sberleffo, ma avevo una rabbia dentro che volevo spaccare il mondo, ebbi però la lucidità(mista anche a fifa devo dire) di non reagire a quell'ultima provocazione. Il capobranco prima di allontanarsi indicandoci con l'indice della mano "siti signati tutti e dui, iapriti l'occhi" e se ne andò,sparirono in un attimo così come erano comparsi. Quel giorno provai allo stesso tempo paura e rabbia, penso che per un niente sarebbe potuta diventare una tragedia. Me ne convinsi quando due settimane dopo vidi la foto del tipo sulla gazzetta del sud che era stato arrestato per tentata rapina a mano armata ad un ufficio postale!

A.R.C. II

Gadduriava comu nu masculu
(Compare Vicenzo)

I fatti narrati qui di seguito sono caduti in prescrizione per qualunque legge e in qualunque tribunale. LL mi perdonerà se avrà occasione di leggere e di riconoscersi. Io stessa mi perdonerò se avrò occasione di riconoscermi. Siamo delle personcine adulte e per bene, in cordiali rapporti reciproci, sebbene non possa negare che incrociandolo in giro per il paese mi pare di vedere nei suoi occhi il riflesso dello stesso ricordo che credo veda nei miei e il nostro scambio di saluti è sempre un pizzico più frettoloso di quel che dovrebbe essere.
Una volta mi sono sciarriata con L.L. di fronte al bar del mago. A quel tempo don P. era ancora apprendista stregone e si dedicava ad audacissimi esperimenti di elettromagnetismo su bambini e puberi in un laboratorio angusto e buio, accanto al corpo principale del maniero F.
Certi giardini erano già abbandonati, ma certi altri ancora no e non ci potrei giurare, ma credo che fosse il primo o il secondo anno o giù di lì dalla Fondazione del Residence. A quel tempo io ero un ragazzo credulone e romantico e se avessi potuto scegliere fra la vita e la morte, fra la vita e la morte, avrei scelto Favazzina. Avrei scelto sicuramente Favazzina.
Non saprei dire quale fu la causa immediata che fece scoppiare la lite. L'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando fu un fatto scatenante ma in sé trascurabile (andate a raccontarlo a Francesco Ferdinando); le cause fondamentali del conflitto vanno ricercate nelle contrastanti mire imperialistiche delle potenze europee, cresciute in un clima di esasperato nazionalismo. Ah no quella era la prima guerra mondiale.
Nel nostro caso, più modestamente, si trattava di un certo fanatismo reazionario e xenofobo che aveva preso possesso del mio giovane animo. Il paese si riempiva di nuovi arrivi e si snaturava. Gente mai vista popolava luoghi inesistenti, come il residence, o gli appartamenti di M. nella Rimembranza. Venivano come le cavallette, con la stessa cieca propensione al godimento spensierato, senza sapere niente. Non sapevano come si arrivava da Banda Ciumara, non sapevano manco che esistesse Banda Ciumara. Non sapevano che andare al cimitero di notte faceva paura, doveva fare un po' di paura. Non provavano un brivido nel buio del sottopasssaggio. Venivano a frotte e signoreggiavano e non avevano la minima idea di come ci si arrampicasse sugli scogli per i tuffi o di come si dovesse fare per correre veloci sui massi senza cadere e rovinarsi. E quando si calciava il pallone troppo lontano, per loro era lo stesso in quale casa o giardino andasse a finire perchè non sapevano chi lo bucava e chi no. Erano barbari senza storia e senza cultura e, come se niente fosse, nuotavano e giocavano ai giochini e passeggiavano di sera per le vie. Che era quello che facevamo un po' tutti, ma eccheddiamine, con tutto un altro background pensavo io. Io sola. E infatti, lo riconosco con mio grande scorno, si trattava di una mia solitaria e donchisciottesca crociata. Gli altri, i favazzinoti veri, erano ben disposti nei confronti degli stranieri; per i più piccoli erano nuovi compagni di giochi e per i più grandi rappresentavano nuovi orizzonti di socializzazione, per così dire. Ma che volete, ero più realista del re. Era gente in vacanza, proprio come me, ora lo posso dire, ma allora il loro sentirsi a proprio agio, la loro totale e spontaneissima mancanza di timidezza, il fatto che la sospensione del giudizio fosse loro del tutto estranea mi sembravano un insulto grave, da lavare col sangue. Si fa per dire. Ma mica tanto, dato che finì più o meno così. Perchè L.L. e suo fratello F.L. erano emblema e personificazione della barbarie degli invasori e io li aborrivo (prego notare, a scanso d'equivoci, il tempo passato).
Ci incontrammo davanti al saloon come da migliore tradizione western. Ci fu uno scambio di convenevoli come da sciarra di tipo uno della scala Longu. rivau u stortu ra capitale. ao ma che voi, ma guarda questa. va rumpiti u culu a labbru i mare. a scema, ma parla come magni che sei de Roma pure te. Stortu, questo è un equivoco di lunga data, non sono proprio di Roma, ma di una cittadina a 70 km da Roma. mo te meno pure. ti pigghiu a puntate. E simili altre cortesie di questo genere
Dopodichè, mi vergogno a dirlo, si arrivò anche a una sciarra di secondo tipo, con tanto di spintonamenti e qualche maschiata, prima che uno degli avventori del bar si alzasse, iastimandu per essere stato scomodato e ci separasse. ma vardati sti figghioli, passati pa casa. Ce ne andammo ognuno per la sua strada, continuando per un po' a guardarci in cagnesco. E questo decise la sorte del bufalo, l'avvenire dei miei baffi e il mio mestiere.

Una tragedia sfiorata

Su Milano gravava un’afa opprimente e quando giunsi alla stazione Centrale, dopo aver viaggiato sul metrò schiacciato come una sardina, ero madido di sudore, attaccaticcio e la maglietta mi si era appiccicata addosso. Davanti alla biglietteria vi erano delle file lunghissime, mi accodai in una di esse e attesi pazientemente che arrivasse il mio turno per fare il biglietto. Poi, dopo essermi sorbito quella coda interminabile, con in mano il biglietto, mi diressi ai binari ad attendere l’arrivo del treno. Sul marciapiedi vi era una calca indescrivibile che rumoreggiava e spingeva per accaparrarsi i posti migliori, quelli davanti, quelli che avrebbero consentito poi di salire per primi sul treno. Un fischio prolungato annunciò che il treno stava entrando in stazione e nel contempo avvertiva di fare attenzione e di allontanarsi dai binari. Ma nessuno sembrò preoccuparsi del pericolo, anzi l’agitazione crebbe e divenne concreta la possibilità che qualcuno finisse tragicamente sotto le ruote. Stridendo, lentamente il treno si arrestò e la gente lo prese letteralmente d’assalto. Addirittura vi erano alcuni, che rischiando più del dovuto, erano già saliti col treno in movimento ed ora affacciati ai finestrini, si sbracciavano per richiamare l’attenzione dei parenti o degli amici rimasti a terra. Fui sospinto da quella marea umana, quasi senza accorgermene e senza poter opporre resistenza mi ritrovai di colpo sul treno. Avessi voluto rinunciare a salire, non avrei potuto. La gente sembrava impazzita, urlava , sbraitava e vi era persino qualcuno che era quasi arrivato alle mani per contendersi il posto. I bambini più piccoli sballottati di qua e di là, piangevano disperati, facendo crescere ancora di più il nervosismo, che già era notevole. Poi pian, piano il flusso si chetò e ognuno prese coscienza della situazione. Gli scompartimenti erano al completo e in alcuni posti erano seduti persino in due. Il corridoio era pieno oltremisura e per passare occorreva spintonarsi e farsi largo coi gomiti, tirandosi addosso le ire e gli improperi degli altri viaggiatori. Soprattutto delle persone anziane, consapevoli del massacrante viaggio che li attendeva. Un tizio esageratamente grasso, si era addirittura insediato nel cesso e ne aveva preso pieno possesso, rifiutandosi, almeno per il momento, di uscire e obbligando chi ne aveva urgenza a trattenere il bisogno. Poi, finalmente il treno partì e la confusione e il via vai sembrarono chetarsi del tutto, tranne riprendere ogni qualvolta qualcuno doveva recarsi al cesso.
Con me nello scompartimento vi erano quattro ragazzi e una donna sulla trentina. Avevamo appena fatto le presentazioni e stavamo parlando tra di noi, quando la porta si aprì di colpo ed entrarono due tipi poco raccomandabili. Il più giovane e con una cicatrice sulla guancia lunga almeno dieci centimetri, con fare prepotente e in dialetto calabrese disse «M’aia a sittari!»
Nessuno rispose e questi alzando il tono della voce ripeté «Vi rissi chi m’aia a sittari!»
Silenzio! Io e gli altri ci guardammo, increduli per la pretesa di quel tizio.
«Sintistu o no chi m’aia a sittari!»
Due dei ragazzi nel compartimento lì con me, erano di Milano e spaventati si strinsero per fargli posto.
A quel punto non riuscii più a trattenermi e parlando anch’io in dialetto per fargli capire che ero calabrese come lui gli dissi «Non viri chi postu non d’avi, pirchì non viri mu tu trovi a natra parti?»
Lui vedendo che i due ragazzi di Milano avevano paura, mi ignorò e ordinandogli di stringersi ancora di più si sedette. Io fremente di rabbia lo aggredii verbalmente«Si furtunatu chi truasti a sti dui se no viriumu se ti sittavi»
«U stessu mi sittava» mi rispose con arroganza
«U rici tu! Se ti pigghiamu e ti ittaumu fora ru scumpartimentu vuliva sapiri chi facivi»
«U voi sapiri chi faciva?» e tirò fuori dalla cintola dei pantaloni una pistola esagerata
«A viri? Vi mazzava a tutti»
«E avivi u coraggiu mi ndi mazzi a tutti pi nu postu» gli dissi fingendo di non essere impressionato dalle sue minacce, mentre in realtà un po’ di paura me l’ero presa.
«Certu chi vi mazzava, chi criri chi mi schiantava»
Non so se l’avrebbe fatto e davvero ci avrebbe sparato o se le sue fossero solo minacce campate in aria, ma durante il viaggio lui e il suo compare ci raccontarono le loro bravate. Soprattutto le violenze che facevano alle ragazze che chiedevano l’autostop all’uscita dalle discoteche. Gli davano un passaggio e poi le violentavano. Era vero? Da come ne parlavano credo proprio di si. Posso aggiungere che quando il treno arrivò a Gioia Tauro, stazione nella quale avrebbero dovuto scendere, i due rimasero seduti e scesero a Villa San Giovanni, per poi, con fare guardingo, prendere come me il locale per Lamezia.
Che fossero due delinquenti non vi era alcun dubbio, come non vi era alcun dubbio che avessero la coscienza sporca e parecchie cose da nascondere.

La Sciarra

Premetto che sono un tipo pacifico, tranquillo, che cerca sempre di evitare, ragionare, discutere, ponderare, manel corso della vita, dal periodo che va dalla fine del periodo adolescenziale (prima litigavo almeno una volta al giorno) ad oggi, le volte che ho dovuto ricorrere alle cosiddette vie di fatto, si contano sulle dita di una mano.
La “sciarra” tra le più memorabili risale all’estate del 1991. Viveva mia moglie ed era in stato interessante (di Devin). Fermi ad un semaforo, io alla guida e mia moglie accanto, notammo che c’era un ragazzo di colore che lavava i vetri. Questi si avvicinò ad una fiat 127 di colore azzurro e non fece in tempo a dire o fare nulla nulla che fu picchiato dal conducente, senza motivo. Stavo per intervenire ma mia moglie, ripeto al sesto mese di gravidanza, mi precedette, nel tentativo di fermare il folle conducente. Io le urlavo di allontanarsi , ma il losco individuo inferocito,come se non bastasse, stava per rifilare uno schiaffo anche a Lei. Ma di che dovevo discutere con un tipo così. L’ unico argomento che serviva in quel momento era il linguaggio della giungla. Gli rifilai un bel pugno, qualche spintone ed una spazzata (di karate, visto che lo pratico da quasi 30 anni),ma giuro non per fargli male. Non contento, mentre mi allontanavo mi urlò …”tu non sai chi facisti, u sai a cu appartegnu?”. Tornai indietro come una furia e gli diedi il resto, rompendogli il setto nasale. Non vi racconto il seguito, perché potrei superare il limite della legalità.

giovedì 2 aprile 2009

Umiliazione bagnarota..... !

Fin dai tempi i "me nonnu" i bagnaroti si sono sempre sentiti superiori a noi piccolo popolo di favazzina,non ricordo l'anno,cmq , premesso che sono un tipo al quale non piace litigare e che cerco di evitare sempre le sciarre!!! Al quel tempo andavo alle scule medie a bagnara e tra virgolette noi pochi ragazzi di favazzina in un certo modo venivamo un po sottomessi,sia per inferiorità numerica e sia appunto perchè eravamo ragazzi calmi e tranquilli.
In una classe vicina alla mia,io ero alla seconda media, c'era una classe di prima con 2 ragazzi "pecore nere" che stavano ripetendo la prima media almeno per il 3 anno consegutivo!
una mattina mentre andavo in bagno all'ora della recreazione,il ragazzo ripetente che naturalmente si sentiva il piu duro,mi blocca sulla porta del bagno impedendomi di andare a fare pipi... io in un primo momento mi blocco un attimo lo guardo e cerco di superare il suo braccio teso posto davanti alla porta per andare in bagno!
Lui irritato dal "mio comportamento" mi pigghia ra tavula o pettu* e mi spinge cercando la rissa!Dopo essere stato spinto mi guardo intorno ed era pieno di bagnaroti che certo non avrebbero aiutato me,allora cerco di evitare e tenendomi la spinta mi riavvio ancora verso la porta del bagno,ma ancora una volta lui mi afferra dalla maglia tirandomi all'indietro.... EEEEE CCCA NON MI CONTROLLAIA CCHIU!!!! RISSA ? e RISSA SIA!!!!!!! non avevo mai fatto a botte ma quel giorno quel povero ragazzo subi tutta la mia ira!!!! :) ! dopo che li diedi 2 pugni al corpo lo tenevo "in trappola" sotto il mio braccio * e con l'altra mano gli tiravo i capelli ! ricattandolo che se non avrebbe gridato PIETà gli avrei spaccato la testa contro il muro non l'avrei mollato!!!
EBBENE SI !!!!!!! GRIDò PIETà E LO FECE DAVANTI A TUTTI QUEI BAGNAROTI CHE GUARDAVANO INCREDULI!!!!! una soddisfazione enorme indescrivibile.... per una volta un RAGAZZO DI FAVAZZINA HA AVUTO LA MEGLIO SUI I BAGNAROTI !!!!
Ma come accade sempre quando hai acchefare con delle persone che vengono definiti "pisciaturi"* , una volta mollato quel povero disgraziato il fedele amico alle spalle mi tira un calcio in faccia,io avendo i capillare deboli del naso inizia a scendermi sangue dal naso!!!
E comu finiu a fini??????? ...alsolito chi I BAGNAROTI e no U BAGNAROTU chi mi rumpiru u culu!!!
non me la prendo assolutamente per questo... Perchè in ogni caso come dicono loro : I BAGNAROTI MI RUMPIRU U CULU.... percio cosa vuol dire? chi unu non basta!!!!! ...anche questo puo essere una mia soddisfazione.... ;) e poi anche perchè erano solo loro 2 a dirlo.... hahahahah FAVAZZINOTI FOREVER.....

*Tavula o pettu = Prendere con una mano una persona all ' altezza del torace.
*Sotto il mio braccio =Lui stile pecorina con la sua testa tra il mio fianco e il mio avanbraccio!
*Pisciaturi= Colui che in gruppo parla parla ma dasolo non vale niente. Classico qua qua ra qua!!!!

Sciarra sul 1° binario

Il 24 settembre del 2005 si preannunciava una domenica come le tante in cui dovevo lavorare. L’idea non era particolarmente piacevole ed ancora meno gradevole era il pensiero che dovevo scortare da Brescia a Verona andata e ritorno un treno degli ultras bresciani. La fama degli ultras è risaputa in tutta l’Italia, gli ultras bresciani confermano la nomea. L’incontro era molto sentito, già nella stazione di partenza c’era stato un po’ di fermento. Durante il tragitto gli ultras non avevano fatto altro che urlare imprecazioni e sventolare slogan contro la squadra avversaria. Arrivati alla stazione di Verona vennero scortati fino allo stadio ed io nel frattempo aspettai in stazione. Finita la partita ci fu il flusso di ritorno dei tifosi, io li aspettavo nella prima carrozza del treno che li avrebbe trasportati. Fu proprio qui che ancora prima di salire cominciarono i primi scontri tra ultras e polizia. Caricati pesantemente, gli ultras fecero scoppiare un finimondo. Da questo momento iniziò la mia fuga. Cercai di evitare le manganellate e di divincolarmi dalla folla, ma niente da fare, venni risucchiato dalla massa All’improvviso uno sparo e poi un lacrimogeno mi tolse il respiro e mi impedì di vedere in che direzione potevo andare per liberarmi da quel grosso impiccio. Corsi per circa trenta metri, a fatica raggiunsi una porta aperta, dove fui rimandato velocemente fuori, scappai e mi lanciai dentro il locomotore dove c’erano nascosti i furbi della P. Rimasi lì fino a quando la baraonda non si calmò. Gli scontri si sono ripetuti per un’ora, lasciando a terra due feriti, uno dei quali grave. Senza rendermi conto di cosa stava accadendo mi sono trovato coinvolto in una gigantesca sciarra, dalla quale sono uscito con una grande paura, gli occhi gonfi e lacrimanti ed una grande incazzatura. Il ritorno verso Brescia è stato da incubo, sul treno è successo di tutto.

Analisi della sciarra

Esistono due tipi di sciarra, la sciarra dove si arriva alle vie di fatto, ossia pugna, cazzotti, lignati, storica quella di Palmi all'inizio del secolo scorso durante i festeggiamenti di San Rocco, ancora oggi, nel nostro dialetto, per indicare un immenso casino si dice "e chi succiriu a sciarra i Parmi"
La sciarra verbale invece è composta da minacce, insulti, ingiurie, dubbi sulla moralità della parentela femminile e conseguente deduzione, limite massimo qualche sputazzata.
Io non ho mai partecipato alla sciarra di primo tipo, odio la violenza anche se sono fumantino, mentre per la seconda ho una certa predisposizione, serve a creare i giusti confini su quanto si è disposti a sopportare nell'arco di una giornata o di una vita intera, serve anche a far capire come la pensi a chi, purtroppo per lui, la pensa diversamente, pe nu sciarreri ha poco importanza se abbia ragione o torto, si sciarria e basta. Diciamo che la sciarra manca di una base democratica, e per quelli che ritengono la democrazia sovrana, è l'unica occasione per sfogarsi, rimanendo logicamente entro certi limiti.
Per farvi capire, nell'ambiente di lavoro la mattina mi evitano in blocco, cominciano a parlarmi dopo le dieci.
Qualche tempo fa, per risparmiare, presi una macchina a chilometri 0, un'Alfa Romeo già intestata a qualcuno, probabilmente della provincia di Varese perchè la macchina era targata VA, comunque una bella macchina, andava che era una meraviglia, unica pecca quel VA, non mi entusiasmava molto.
Ad un incrocio, un mattino mentre andavo al lavoro, ebbi da ridire per una questione di precedenza, con un'altro automobilista, quasi una sciarra, verbale naturalmente, e dopo tante parole poco gentili, fui apostrofato dall'infame milanese:
:- Pirla di un varesotto -
Di solito le sciarre a Milano durano quanto un semaforo, poi ognuno per la sua strada, non c'è tempo per litigare, bisogna lavurà, quella volta invece inseguì il
contendente per mezza Milano, ed ad ogni semaforo accostandomi a finestrino aperto inveivo:
:- Testa i cazzu, cosa fitusa, arrusu (prestito palermitano), sceccu, stortu....
Quello incominciava a preoccuparsi e all'ennesimo accostamento mi disse:
:- Ma dai, cu sa l'è, in fondo cosa ho detto ? Mucchela lì -
:- Mucchela lì, mi hai detto scemo e va bene, pirla e lasciamo stare, ma varesotto....Minchia varesotto a mia ?????
:- Va bene ritiro il varesotto -
Poi al verde scattò via gridandomi :- Teruuuuuunnnn
Mi misi a ridere e tornai indietro, comunque molto meglio terun che varesotto, e poi, cosa fondamentale, erano passate le dieci.

Un saggio litigio

C'erano una volta due saggi giapponesi, Arcade-san e Longu-san, che per quarant'anni avevano vissuto insieme e non avevano mai litigato. Neppure una volta.
Un giorno uno disse all'altro: "Non ti sembra che stiamo un po' esagerando? In quarant'anni nemmeno un litigio, quando tutti gli altri uomini pare che vivano solo per questo!
Credo sia proprio venuto il momento di provare a litigare almeno una volta".
Il secondo saggio rispose: "Va bene, se insisti! Ma per cosa litighiamo?".
"Cosa ne dici di questa sedia?", propose il primo.
"Va bene, litighiamo per la sedia. Ma come facciamo?", chiese il secondo.
Il primo allora gridò: " Questa sedia mi appartiene, solo io posso sedermici, capito!".
"Ok. Io siederò sul divano" rispose il secondo.

A quel punto, entrambi scoppiarono a ridere, e per altri quarant'anni non litigarono più.

Ormai prossimi alla morte, i due decisero che un altro tentativo andava fatto.
Arcade-san disse: "Che ne dici se facciamo un altro esperimento? Proviamo a litigare un'ultima volta!".
"Ma per cosa potremmo litigare ormai, ci rimarranno, si e no, due o tre giorni di vita ancora", disse Longu-san.
Il primo allora replicò: "Bravo!, litighiamo per decidere chi debba morire per primo".
"Ma non possiamo!" esclamò il secondo.
"E perchè?" chiese l'altro. "Perchè questa decisione non è in nostro potere!".

A quel punto si guardarono negli occhi e scoppiarono, ancora una volta, in una fragorosa risata.

La morale di questa storia?

Primo: "Per litigare sulle cose stupide devono sempre esserci due stupidi".

Secondo: "Litigare per cose veramente importanti è impossibile perchè nessuna di queste è sotto il nostro controllo, fortunatamente!".

mercoledì 1 aprile 2009

Il C.A.S.

Nelle lunghe serate invernali al paese, un rifugio sicuro e punto di ritrovo era il Circolo o meglio il C.A.S., Circolo Autonomo Sportivo, che date le sue dimensioni ridotte ed il baccano che vi si produceva, poteva essere chiamato benissimo il CASino.
Il CAS era composto da due grandi stanze, nella prima, all'entrata, c'era un grande biliardo a stecche che la occupava tutta, con qualche problema agli angoli, infatti quando si era costretti a tirare dagli angoli si usava una stecca ridotta, detta stecchino, poi c'era la rastrelliera per le stecche ed il segnapunti con annessa specchiera, sempre imbrattata,perchè c'era un giocatore che quando sbagliava, si guardava allo specchio e si sputava, la psicologia moderna la chiamerebbe "crisi di autostima"
Separata da un'arco monumentale con mattoni disegnati, l'altra stanza, con tavoli da gioco e relative sedie e sullo sfondo, appollaiata su di un trespolo altissimo, a televisioni.
Ancora oggi non capisco come facessero gli estimatori a seguirla, tra le bestemmie dei giocatori di carte e le urla dei giocatori di biliardo, tra il fumo di nazionali senza filtro e quello delle Parisienne degli emigrati di ritorno, gente che russava sulle sedie stanca di una giornata di lavoro e gente che raccontava sempre la stessa scena di caccia, insomma il nome del Circolo era veramente appropriato.
Un angolo speciale va riservato ai giocatori di carte.
Non era facile per le mani callose dei contadini distribuire le carte, scivolavano,
alcuni di questi ovviavano con una intensa insalivazione delle dita, na liccata, con il risultato, oltre lo schifo, che il mazzo di carte dopo un pò sembrava di ottanta invece di quaranta, si gonfiava per l'umidità.
A volte mi offrivo a distribuire il mazzo in loro vece, qualcuno accettava senza problemi, altri, la maggioranza, si rifiutavano sdegnati, "chi mi voi 'mbrugghiari",
non li sfiorava l'idea che qualcuno si schifasse dell'insalivazione, era naturale, faceva parte del gioco.
La regola del gioco, specialmente del tresette, era una variante impazzita, subiva l'influsso dei giocatori esterni, fino a quando i saggi stabilirono il "tresette alla favazzinota", un ibrido, praticamente si poteva fare qualsiasi cosa bastava camuffarla con frasi ad effetto tipo: "pi na carta non chiumbu a un palu" oppure "ma lisciu cu n'autri dui cchiù brutti" o ancora "per uscire" che significava che mancava pochissimo per la vittoria finale, credo che Chitarrella si sia rigirato diverse volte nella tomba, anzi, credo che facesse proprio le capriole.
Ma i saggi favazzinoti contavano molto di più di Chitarrella, che altri non era che un piccolo suonatore di chitarra o un suonatore di chitarra piccola, fate voi.
Il televisore funzionava sempre, solo quando c'erano le partite di calcio, specialmente quelle della Nazionale, assumeva delle strisce verticali, quando c'era invece qualche buon film, assumeva le strisce orizzontali, era allergico alle partite e ai film, ma noi avevamo le contromisure, un tecnico coi fiocchi e controfiocchi, un genio.
Il tecnico specializzato, riconusciuto a furor di popolo, altro che Scuola Elettra di Torino, altri non era che Paquale detto il Contino, fratello maggiore del mitico Scheccia.
Lui era il precursore dell'analogico, digitale terrestre e del satellitare, la sua alta tecnologia consisteva in questo: un pugno ben assestato sulla testata del televisore, secco, rapido, e ritornava nitida l'immagine in bianco e nero.
Se ci provava qualcun altro non funzionava, non conosceva l'arte, lui solo sapeva dove picchiare, accompagnava il pugno con parole magiche "funziona vecchia ciucculatera o ti iettu 'nta spazzatura", appena aggiustato il televisore si sedeva e si addormentava immediatamente, raro esempio di altruismo da una parte e di bisognu di burdellu dall'altra, senza casinu Pascali non s'addurmintava.
Poi c'era Marianu, grande lavoratore e nel contempo il più grande russatore che io abbia mai sentito, si sedeva sempre al solito posto defilato e un, due, tre, attaccava un russare che sembrava una raffica di mitra, un Kalaskhinoff con serbatoio infinito, smetteva un attimo quando sbandava con la testa, appena ritrovato l'equilibrio, riprendeva a mitragliare, faceva sembrare un film di guerra anche "Marcellino pane e vino" che andava per la maggiore all'epica (alla Sordi)
Ogni tanto, quando il bordello raggiungeva il culmine, il sovrastante ragioniere bussava con il piede sul pavimento, per noi solaio, e per un attimo il bordello si calmava, poi ricominciava più forte e intenso che pria.
I posacenere erano degli optionals di lusso, ce n'era uno solo in ceramica della Crodino, ma in una disputa da tresette era andato in frantumi, le cicche finivano sotto il tavolo con relativa carcagnata per lo spegnimento, molto spesso si sbagliava mira creando delle micro fratture agli astanti che reagivano interpellando San Rocco, il santo più amato dei favazzinoti nelle partite di carte e biliardo, specialmente quando le cose andavano male.
Rientravo sempre a notte fonda, quasi l'alba, al buio senza farmi sentire,invece mia madre mi sentiva sempre, non per il rumore, che sembravo un bradipo nella notte,
ma per la puzza di fumo.
:- C'ura è, disgraziatu ?
:- Mezzanotti
:- Curcuti chi dumani a pigghiari u trenu mi vai a scola -
Erano quasi sempre le tre o le quattro, ed il treno la mattina passava alle 06,50,
ma questa è un'altra storia, ve la racconterò un'altra volta.