Benvenuti a Favazzinablog

Finalmente, dopo anni che ho in mente di farlo, ho deciso di aprire questo piccolo blog su Favazzina. L'obiettivo è quello di creare una comunità virtuale delle varie persone che negli anni hanno preso parte alla vita della nostra mitica Favazzina in modo che, almeno attraverso internet, possano sentirsi e non perdere i contatti, ma anche quello di scrivere e non dimenticare le varie storie che per tante estati ci hanno fatto morire dalle risate.
Se vi va di partecipare potete contattarmi su skype (mauro.fuca) o scrivere un commento anonimo al blog (scrivete in ogni caso la vostra email) così vi faccio diventare autori del blog e potrete darmi una mano.
Salutamu!
UGRECU

giovedì 22 ottobre 2009

U ceddu i passu

Mio padre non amava le armi e credo che in vita sua non abbia mai sparato un solo colpo di fucile.
U refulu di mio nonno, un fucile automatico, che credo si fosse portato dall’America, rimase sempre appeso al muro, fin quando i miei non lo diedero a mio zio Nino, u patri ru Longu.
Il suo unico rammarico era quando arrivava la stagione ri ceddi i passu, poiché avrebbe fatto carte false per averne uno imbalsamato, come la maggior parte dei cacciatori di Favazzina avevano nelle loro case.
Una mattina era alla vigna che avevamo a Frunti, vicino dove adesso vi è un ristorante. Era salito come sempre di buon’ora, ancora col buio, e dopo un po’ anch’io lo raggiunsi. Appena arrivai mi disse di guardare nella casetta perché c’era una sorpresa, entrai e vidi che sopra una panca di legno vi era nu ceddu i passu morto. Stupito gli chiesi come avesse fatto a prenderlo e lui mi raccontò che arrivato nel bosco di castagno che bisognava attraversare per arrivare alla vigna, mentre percorreva il sentiero, aveva sentito provenire da un cespuglio degli strani rumori. Era andato a vedere e con sorpresa aveva scorto l’uccello che, sebbene ferito ad un’ala, cercava lo stesso di alzarsi in volo, ovviamente senza riuscirci. Si era avvicinato a prenderlo, ma questi si era difeso strenuamente a colpi di becco e lui per catturarlo l’aveva ammazzato con un bastone.
Felice poiché finalmente anche lui aveva il suo ceddu i passu, lo fece imbalsamare e da quel giorno il povero uccello invece di volare libero nei cieli, fece bella mostra sopra la vetrina di casa mia.
Non voglio ora aprire una polemica tra favorevoli o contrari alla caccia, ma a me quell’uccello ha sempre fatto una grande pena e sono contento che adesso quella specie sia protetta.
Per quanto riguarda l’uccello che catturò mio padre, giace dimenticato nella vecchia casa al ponte a testimonianza dell’inutilità, che talvolta non comprendiamo, nel voler esporre certi trofei.

mercoledì 21 ottobre 2009

Il salvataggio

Da ragazzo, dato che abitavo nella parte alta del paese, scendevo al mare sutta o Muntarozzu, poco più in là della caserma, lasciavo lì i vestiti e raggiungevo i miei amici nto muru i Marina, il nostro punto di ritrovo (allora fortunatamente i moli non c’erano). Un giorno mentre stavo andando a riprendermi i vestiti e tornare a casa, vidi nell’avvicinarmi un capannello di persone che parecchio concitate guardavano verso il mare. Giunto lì vicino chiesi cosa stessero guardando e loro mi indicarono in lontananza, visibile appena, un ragazzino seduto sopra un salvagente.
«E’ Peppe P. è più di un’ora che è lì, la corrente l’ha portato al largo e non c’è la fa più a tornare a riva» mi dissero e aggiunsero «Bisogna che qualcuno lo vada a prendere, altrimenti la corrente chissà dove lo porta».
La maggior parte erano donne e ragazzini e tutti si aspettavano che fossi io ad andare a prenderlo, e qualcuna me lo disse pure.
Io già d’allora (avrò avuto quindici, sedici anni) ero un ottimo nuotatore, ma siccome Peppe era davvero molto lontano, avevo paura non solo di non farcela ad arrivare fin là, ma una volta raggiunto, di avere anch’io difficoltà a tornare a riva a causa della corrente. Ebbi un attimo d’indecisione e francamente, valutata la distanza, decisi di non rischiare, ma le donne continuavano ad insistere e punto sull’orgoglio, dissi loro che sarei andato a prenderlo solo se avessi trovato un paio di pinne. Fortunatamente un ragazzino che si trovava lì le aveva e così, dopo essermele infilate, mi tuffai . Presi a nuotare di buona lena, ma per quanto mi impegnassi pareva non arrivassi mai. Quando finalmente lo raggiunsi ero così stanco che invece di aiutarlo, l’avrei affogato io stesso.
«Chi cazzu nci fai ca?» parecchio incazzato subito l’aggredii.
«Mi staiu facendu na natata».
«Ma non viri aundi si? Pirchì ti lluntanasti cusì tantu?»
«A nautru pocu tornu» mi rispose cercando di farmi intendere che non aveva bisogno d'aiuto.
A quelle parole mi incazzai ancora di più e senza preavviso lo buttai giù dal salvagente «Dai allura, torna!»
Era talmente stanco e, non vorrei sbagliarmi, non sapeva nemmeno nuotare che andò immediatamente sott’acqua. Subito lo afferrai e lo aiutai a rimettersi sul salvagente e, in preda all’ira, le mollai un ceffone «U vitti comu turnavi».
Battendo le pinne energicamente e spingendo il salvagente lentamente ci avvicinammo a riva. Intanto sulla spiaggia, avvertita dai bagnanti, era arrivata sua madre e, parecchio preoccupata, aspettava con ansia che arrivassimo a riva. Appena toccammo terra si precipitò verso il figlio, ad abbracciarlo pensai, felice per la tragedia sfiorata, invece gli mollò nu tumpuluni che gli fece girare la testa, poi lo afferrò per un braccio e a scorcicoddu e puntati nto culu lo accompagnò fino a casa. Io rimasi interdetto e non ebbi neanche il tempo di dire beh, sinceramente dispiaciuto per tutte le botte che Peppe si prese.
E si, quella volta il povero Peppe era riuscito a sfuggire alla furia del mare, ma non a quella di sua madre.

martedì 20 ottobre 2009

VITA DA PESCATORE


La chiamano vela latina; ma il suo vero nome è Trina, dal latino triangolo.
Era stata ricavata dal tessuto di un paracadute americano. L’albero e il boma dove veniva fissata erano di olmo. La barca era lunga 38 palmi, era stata verniciata con colori vivaci: rosso, blu, verde e arancio. Il legno di prua era alto un metro, e sormontato da una palla di legno color arancio. La poppa era tonda, bella e formosa, come il sedere di una donna; il timone la intersecava fino a sfiorare il remo.
L’equipaggio era composto da nove uomini ed un gatto, che vivacchiava sotto la prua. Erano tutti bruciati dal sole e dalla salsedine. La loro vita era dura: si svegliavano la mattina presto e affrontavano il mare con fierezza. Salpavano, e favoriti da una moderata brezza, issavano la trina, puntando direttamente verso le isole Eolie; se il vento mancava, c’erano otto remi che consentivano di raggiungere la meta in cinque, sei ore.
Vulcano era la meta più vicina, dista appena 20 miglia dalla costa. Serviva come base d’approdo, prima di proseguire verso nord, dopo Salina, dove per via delle correnti che arrivano da ovest, il mare è particolarmente pescoso.
Le battute di pesca avvenivano soprattutto di notte e senza luna. Non sempre filava tutto liscio; nella stagione fredda era molto probabile un repentino cambiamento di tempo, che costringeva a tirare a bordo le reti e veleggiare verso un approdo di fortuna.
Il rientro a riva avveniva, la maggior parte delle volte, nella prima mattinata. Un volta a terra il pescato veniva consegnato in cooperativa, dove si stabiliva il prezzo di vendita ai Riatteri.
Di seguito le reti di cotone venivano stese sulla sabbia per essere asciugate e rammendate, e infine raccolte e depositate nella barca.
Durante l’estate i pescatori del luogo avevano la consuetudine di fare un riposino pomeridiano all’orru ra barca, cioè andavano a dormire sotto la murata al fresco.
Il particolare tipo di rete utilizzato dipende dalla pesca fatta. Per il pescespada e tonni si usa la palamitara, per le acciughe la minaita e per opi, sauri capuni ecc.. u cenciolu

La storia a cui mi sono ispirato è quella di mio nonno Vito e del suo equipaggio composto tutto da parenti.
Un omaggio alla dura professione del pescatore, agli uomini di mare e di molo!

Ancora tressette


(...) questo manuale è prezioso. Avrei dovuto scriverlo io, purtroppo nel recente torneo di Cardeto bussando a coppi mi fratturai lo scafoide della mano destra. Ho trasmesso oralmente al mio allievo le mie conoscenze del gioco e pertanto la teoria che troverete esposta in questo libro è farina del mio sacco, sta a voi metterla in pratica nel migliore dei modi (...)
U longu Introduzione

La dedica
A Malumbra: non ndi pigghiasti i nenti
Al Grecu: tu, nenti ru tuttu

(...) i quattro ai lati del tavolo sono necessari, gli otto-dieci attorno sono indispensabili. Chiusa la mano si apre l'assemblea che dovrà decidere pirchì non ti lisciasti l'asu, pirchì non ti chiumbasti u dui e pirchì ti ostini a voler giocare quando di questi dieci ce ne sono almeno nove che giocano meglio di te. Il decimo, il cane Girbiu, dorme sotto il tavolo e non è interessato. Se giocate indoor aumentate la velocità del ventilatore a soffitto senza farvi vedere da Giuanni perchè a lui la corrente fa male a causa della cervicale da bolletta enel; all'aperto state attenti a non sedervi schiena alla strada fuori dal riparo del vano videogiochi, potreste trovarvi sul cofano dell'automobile 850 Fiat di Vicenzu proveniente dal rione Villa,(...)

(...) ricorda che esiste la partita perfetta: se il tuo compagno ti dice che hai sbagliato a giocare il venticinque non fare il permaloso anche se avete dato cappotto. Chiamati fuori dichiarando forte e chiaro "mi chiamu fora" ma prima conta bene i punti: perdere con trenta e due figure è una figura del cacchio. Puoi chiamarti fuori anche prima di giocare: devo andare a messa (Dio), parto soldato (Patria), devo uscire con mia moglie (Famiglia), le tecniche più usate; quello che disse vado a comprare le sigarette e tornò dopo 25 anni non riuscì a chiamarsi fuori, "settiti e ioca, a cu spetti?", si sa i giocatori di tressette hanno la pazienza di Giobbe e memoria di ferro (...)

(...) attingendo alla casistica riportiamo qualche esempio di finale di partita. Partita 1 punteggio 27 pari, alla mano si bussa bongiocu e già si sorride, l'ultimo bussa bongiocu anch'egli. "Chi mindi futtu" fa il primo "ci aiu tri tri" e ne gioca uno per vincere. "Puru ieu mi ndi futtu, aiu quattru asi e mi chiamu fora" ride bene l'ultimo di mano. Partita 2 punteggio 30 pari, il primo di mano gioca la sua unica carta di buongioco, il tre di denari, per fare il punto. A manu girandu raccoglie figura, liscia e liscia. 30 e due figure, gioca scartina a spadi gli avversari incassano l'asu col tre e vincono la partita. Si calano le carte, il compagno di quel tre di denari aveva in mano il due dello stesso seme. Manicomiu: "chicazzufacisti, pirchì no mintisti?", "non mi hai chiesto la migliore", "ma cazzuni ca mbragghia cu dui facivumu trentunu", "a prossima vota parra chiaru", " ma chiù chiaru i cusì", "i reguli sunnu reguli", "ma vafantoculu", "ma vafantoculu tu". La disputa tra miglioristi e pragmatisti durò tre mesi. Voi per chi parteggiate?
FINE


lunedì 19 ottobre 2009

.....Per tutti gli amici di Favazzina

Grecu, fatti 'ddu 'rrisati!!

Mike Spusey il Presidente e la escort

«Pronto, Mike Spusey?»
Nell’udire quella voce Spusey trasalì, possibile fosse proprio “LUI”?
«Pronto c’è nessuno?» udì ancora quella voce chiedere.
«Si, sono io, chi parla?»
«Sono il Presidente del Consiglio, possibile non mi abbia riconosciuto?»
«Mi perdoni Presidente, ma non me l’aspettavo una sua telefonata?»
«E’ lei il famoso ispettore Mike Spusey?»
«Si, sono io?»
«Allora perché si meraviglia?»
«In che cosa posso servirla?» Spusey gli chiese
«Credo sia al corrente di quanto stampa e televisione vanno dicendo su un mio presunto incontro con una escort e sul fatto che io abbia pagato la sua prestazione?»
«Si ne ho sentito parlare» Spusey confermò.
«Bene! Vorrei adesso raccontarle come si sono svolti realmente i fatti e poi le dirò perché l’ho chiamata. Come lei certamente saprà, ogni tanto a palazzo Grazioli organizzo delle feste con degli amici. Come in tutte le feste ognuno porta quello che vuole, chi il vino, chi i liquori, chi lo spumante, chi la Coca e qualcuno pure le donne. Dopo aver mangiato e bevuto, appena i miei ospiti se ne sono andati, mi sono recato in camera mia a dormire. Non le dico la sorpresa quando ho visto che nel mio letto vi era una donna. In un primo momento, dato che ero un po' bevuto, ho creduto di aver sbagliato stanza, ma quando sul comodino ho visto la foto di Veronica ho capito che era la mia. Prima ancora di chiederle chi fosse e cosa ci facesse nel mio letto, questa tira giù il lenzuolo e completamente nuda mi dice “Gradisca”, la stessa frase che una volta una donna disse al Duce. Allora ho pensato, se il Duce a suo tempo gradì, non vedo perché non posso gradire anch’io, e così caro Spusey, lei mi capisce, ho gradito. Certo di aver conquistato quella donna col mio fascino e il mio savoir-faire, non le dico la sorpresa e l’indignazione quando lei è andata in televisione a dire che per la notte trascorsa con me io l’avrei pagata.
Sono tutte calunnie, infamie, messe in giro dai comunisti per sputtanarmi, ma non c’è la faranno mai perché la maggior parte degli italiani mi amano e sono con me. Ora quello che io voglio e che lei scopra chi ha cercato di incastrarmi, di rovinare la mia immagine, la mia reputazione. Lo scopra e vedrà che saprò ricompensarla adeguatamente.»
«Stia tranquillo Presidente vedrà che saprò rintracciare i colpevoli.»
«Mi fido di lei» con queste parole il Presidente mise fine alla conversazione.
Non era certamente facile trovare gli autori del complotto, ma Spusey non si scoraggiò, aveva risolto brillantemente tanti di quei casi e sicuramente avrebbe risolto anche questo.
Un indizio comunque c’è l’aveva, il Presidente nel raccontargli come si erano svolti i fatti, gli aveva detto che erano stati i comunisti ad architettare tutta quella messa in scena e anche Spusey era convinto che fossero stati loro, due in particolare. Sapeva dove trovarli e senza perdere tempo si diresse al famigerato molo. Infatti erano là, le Long come al solito pescava, mentre Arcade stava leggendo il famoso trattato “Ma u pruppu con tutti quei tentacoli è di destra o di sinistra?”
«Chi stai piscandu?» Spusey chiese a le Long.
«Mutuli!»
«Ca canna?»
«Se tu na vota cuntasti chi bagnaroti i piscaunu ca rizza, ieu i pozzu benissimu piscari ca canna!»
Spusey non replicò, le Long riguardo la pesca sapeva il fatto suo e se diceva che stava pescando mutuli non c’era motivo di non credergli.
«Devo chiedervi un favore» disse ai due.
«Che cosa?» rispose Arcade.
«Lo so che siete stati voi a giocare quello scherzetto al Presidente del Consiglio, è inutile che cercate di negare. L’altra sera ho visto in televisione Maria a Ciaciola che, spacciandosi per un’altra donna, raccontava della serata passata col Presidente a palazzo Grazioli e non mi è stato difficile collegare i fatti. Solo voi che la conoscete così bene potevate convincerla ad andare a letto col Presidente, perciò il favore che vi chiedo, in nome della nostra vecchia amicizia, e di farla ritrattare. E’ sufficiente che le dite di tornare in televisione e dire che tutto quello che aveva raccontato era falso, che, rifiutata dal Presidente, si è inventato tutto.»
«A tia i tutta sta stori chi ti ndi futti?» le Long l’aggredì.
«Lo sapete come sono fatto. Mi dispiace che un padre di famiglia e di tutti gli italiani, sia messo in ridicolo. La moglie l’ha lasciato, è basso, non ha più capelli, il Milan va male, ci mancava solo che lo accusassero di andare a puttane. Ma a voi uno così non vi fa pena? Non c’è l’avete un po’ di cuore?»
Le Long e Arcade parvero colpiti da quelle parole e ammisero che, in effetti, avevano esagerato e così il giovedì sera ad Annozero, a Ciaciola, in tono dimesso, riferì che si era inventato tutto e che non era mai stata col Presidente del Consiglio.
Il giorno dopo il Presidente telefonò a Spusey e dopo averlo ringraziato per aver svolto in maniera egregia il compito affidatogli, gli disse che come ricompensa l’avrebbe messo nelle liste del suo partito e l’avrebbe fatto eleggere deputato. Spusey rimase parecchio sorpreso e in un primo momento pensò di rifiutare, anche in virtù dei suoi trascorsi nella sinistra, ma poi pensando ai diecimila euro al mese che prendevano i deputati per non fare niente e che lui invece campava con la pensione, in cuor suo si disse che, diecimila euro al mese, bastavano e come a lavare la coscienza ed esclamando «In culu a politica», accettò l’offerta.
Un paio di giorni dopo il Presidente telefonò ancora e, alquanto dispiaciuto, disse a Spusey che nelle liste del suo partito, purtroppo, non c’era più posto, però per tenere fede alla sua promessa l’avrebbe fatto inserire nelle liste della Lega Nord.
Non è possibile riferire quello che Spusey disse al Presidente, sappiamo soltanto che lo videro seduto al bar ru magu mentre si scolava una bottiglia di whisky, e tra un bicchiere e l’altro, con la bocca impastata, ripetere «A mia nta Lega? Megghiu mbriacuni chi leghista».

domenica 18 ottobre 2009

CHI FINI FICIURU I BLOGGER? E ndo menzu mi mentu puru ieu

Ciao a tutti innanzitutto, volevo scrivere questo post dopo aver letto l'ennesima richiesta di partecipazione attiva, quaesta volta da parte di spusiddha, al blog. Avrei voluto scrivere le stesse cose che ha detto chinnurastazioni, perchè anche io considero il blog come un grande diario non personale o privato ma da condividere con tutti gli altri, mentre cercavo il tempo per scrivere queste righe, il mister ha come sempre avuto la capacità di partire dalla ragione e passare a quella del torto con i suoi modi poco ortodossi di spiegare le proprie idee. Quando ho visto su internet questo blog mi sono tornate in mente le idee con le quali il greco ci riempiva la testa a favazzina e soprattutto la cosa che mi è venuta in mente era il motivo per il quale il greco si è sbattuto tanto per realizzarlo cioè come un ritrovo di amici dove raccontare e ricordardsi di episodi successi a favazzina. Alcuni amici si sono iscritti al blog per fare delle pseudo campagne politiche per guarire i vecchi mali che affliggono favazzina, inquinamento, caos estivo prevaricazioni varie del comune di scilla, belle idee ma pochi fatti e soprattutto la cosa interessante è stata la loro sparizione quando hanno visto che favazzina non si guarisce via internet e che il loro problema principale no poteva essere risolto. Quale problema? Quello che non potevano parcheggiare con la macchina sotto casa per via dei turisti. Dopo l'ondata sociale è stata la volta dei cuori solitari,infranti e via discorrendo tanto che questo blog è diventato un'incrocio tra agenzia matrimoniale e il gioco delle coppie. Queste due fasi del blog hanno fatto si che alcuni di noi si allontanassero e riscoprissero altri interessi, cu si ittau nde chat i pilu cu si fici abbonamenmti cu l'alitalia e iava e viniva ra merica. Per fortuna nel frattempo sono arrivati grandi personaggi tra i blogger (longu, arcade e chinnu) che nsieme a spusiddha hanno continuato a dare linfa al blog riportandolo alla sua naturale dimensione di cazzeggio, intellettuale si, ma sempre cazzeggio con storie di fantasia, racconti e fatti di cronaca vera. Spero che questo ritorno alle origini faccia ritornare anche la voglia a tanti amici di riprendere a scrivere cazzate come ai vecchi tempi. Lascio qualche invito personalizzato ad alcuni desaparecidos, cu voli capiri capisci:
1) A spagna è cchi vicina ra merica quindi ora mpocu i tempu u po truvari mi scrivi;
2) Vistu chi ora i robbi nci porti a to mamma mi ti lava, puru tu po scriviri mpocu;
3) tra na lrda e l'autra ngagghiata su internet cuntatindi cacchi cosa. (rivolto ad almeno 3 amici).
Vabho 4 cosi i rissi, vi rumpia i scatuli abbastanza, un ultimo saluto a peppa, che non credo di conoscere, ma che sono conento che abbia voglia di scrivere sul blog

sabato 17 ottobre 2009

19-07-1931 FAVAZZINA...

... c'è scritto così dietro questa fotografia che ho ritrovato in un cassetto di casa. Mio padre mi raccontava sempre che a favazzina c'era una spiaggia enorme e che una volta un tenente dell'aeronautica con il motore in avaria scelse proprio questa spiaggia per effettuare un atterraggio di emergenza.




Risveglio a Favazzina

Corre l'anno 1997, o forse 1996. Mi sveglia un urlo incomprensibile filtrato da una sorta di megafono rudimentale "SSSPPPPPAAAAAAAAAAAATULLLLLLLLLYYYYYYYEEEAAAAAHHHHH". Riprendo consapevolezza. Sono impastato dal sonno. Cazzo ieri sera siamo andati a dormire alle 5. Ma che ore saranno? Mi giro e vedo u Bambino che interrompe il russare, si gira, si rigira, piroetta a 360 gradi sul letto e ripiomba nel sonno. Il russare dei miei amici batte all'unisono. quattro quarti, 120 bpm, cassa, rullante, charleston. Ma che cazzo stò pensando? Chiudo gli occhi e riprovo a dormire. "PUMARORU P'A 'NSALAAAAAAAAATAAAAAAAA!!!!!!", motori di auto, moto, scooter, bici, peri, insomma di tutto. Non demordo, ficco la testa sotto al cuscino e comincio a contare le pecore. "PIRA, PUMA, PESCICANUCIPESCICA, BANANA CICHITA!" ma che cazzo ha in gola un subwoofer, e poi che fiato! questo doveva fare il cantante lirico, mica cazzi!

Per un attimo tutto sembra fermo. Il fermento di Favazzina alle sette del mattino è impressionante, e a pensare che fino a poche ore prima c'era un silenzio surreale, ma ora sembra che si siano calmati tutti, mi rigiro e riprovo a dormire. Tutt'un tratto sento urla lancinanti che sembrano provenire dall'altra stanza! E' la bagnarota che si è piazzata sotto casa e, con un'emissione di decibel da soprano elenca tutta la sua mercanzia.
Un rumore nell'altro letto. Vedo Scibbalocchiu che si alza di scatto dal letto. E' in mutande e tiene gli occhi chiusi, inciampa sulle scarpe "Mannaja ###???!!!!!, Putt!!!##!!! San°°### Roc°°°£$"£", Attraversa la stanza, esce sul terrazzino, identifica il target, prende fiato e "MALANOVA MI TI VENI!!!! TI RUGNU RECIMILALIRI SI TI 'NDI VAI!!!!". Inutile dire che la risata riusci a svegliare tutti.

mercoledì 14 ottobre 2009

Un Demenziale Progetto di Integrazione

S'incontrarono una volta alcuni strani personaggi.
Uno era un gallinaceo veritiero, un altro un gatto intellettuale, sostenitore della virtù dei polli, e il terzo un'elefantessa ammirabile ma pazza, e convinta per questo d'essere un piccolo pollo.
Il gallinaceo verace era, come tale, ardente sostenitore del proprio modello sociale. Che poi qualcuno mai dovesse sgozzarlo o strozzarlo era cosa che ovviamente non lo riguardava.
Il gatto gallinologo, a sua volta, per sé non aveva scelto di vivere in una stia, ma avendo tempo da perdere, e in ragione della sua assuefazione ai polli (abitava tra di essi e non ne mangiava mai nessuno), non era restio a pollificarsi di tanto in tanto, e a sostener pertanto le ragioni del gallo.
L'elefantessa, a sua volta, nella sua disgrazia e follia, credendosi una gallina, s'ostinava a pensare come se fosse tale, nonostante che di tanto in tanto le capitasse di accoppar per caso con un pestone qualcuno dei suoi presunti, così assurdamente presunti, simili. Ma neppure ciò le mostrava la luce della sua natura, e così essa andava lamentandosi che la universale giustizia non le fornisse una stia.
La sua essenza, però, di tanto in tanto emergeva, sicché un dì la vide un animale che non nomineremo se non come il Cercaguai, il quale ficcandosi nel suo bestiale capo, per un acceso senso estetico, che fosse uno sconcio che gli elefanti si tenessero per polli, volle perciò cercare di sconvincere l'elefantessa dalla sua aberrazione.
Sennonché ella venne ad avere nei suoi confronti uno straordinario atteggiamento. La luce della sua natura, cioè, conoscendolo per un proprio simile, in quanto fomentatore della sua verità, se ne sentì attratta a seguirlo; ma la sua ragione di tutti i dì, assuefatta alle pollerie, vide e descrisse da pollo pure il Cercaguai.
In quest'oscena testardaggine era ovviamente coadiuvata, tra gli altri, dai due succitati personaggi pollificatori che, ritenendola, nonostante l'evidenza, un vero pollo, ne avevano una ingiustificata pietà, tenendo la ovvia mancanza di un pollaio che la imprigionasse per una grande sventura.
Il Cercaguai tuttavia un dì ebbe tant'uggia di questi intralciatori della vera natura che giocò loro uno scherzo.
Ovverosia con incanti e leggendarie parole condusse l'elefantessa in una cupa foresta, piena di insidie e fantasmi, in modo tale che chi la dovesse seguire, lo potesse se era un elefante, ma s'era un pollo fosse inghiottito, dopo pochi passi, da un qualunque serpentello o altra insidia.
Tutto andò infatti come aveva previsto: l'elefantessa si trovò a suo grande agio, ma il gallinaceo, per istinto di conservazione, nella foresta non entrò affatto, e preferì la stia. Quanto al gatto pollologo, colse piuttosto l'occasione per formulare una novella teoria circa la virtù sociale delle razze nate da uovo.
In tal modo nessuno seguì l'elefantessa, gli altri piuttosto la scordarono, e per essi non esistette più perché, non più gallina, si scordò la sua follia e così morì all'universo dei pollai. Per gentile concessione della rete.