Benvenuti a Favazzinablog

Finalmente, dopo anni che ho in mente di farlo, ho deciso di aprire questo piccolo blog su Favazzina. L'obiettivo è quello di creare una comunità virtuale delle varie persone che negli anni hanno preso parte alla vita della nostra mitica Favazzina in modo che, almeno attraverso internet, possano sentirsi e non perdere i contatti, ma anche quello di scrivere e non dimenticare le varie storie che per tante estati ci hanno fatto morire dalle risate.
Se vi va di partecipare potete contattarmi su skype (mauro.fuca) o scrivere un commento anonimo al blog (scrivete in ogni caso la vostra email) così vi faccio diventare autori del blog e potrete darmi una mano.
Salutamu!
UGRECU

domenica 31 maggio 2009

Sono uno di voi.

Il comune locale, non brilla certo per cura, manutenzione, sicurezza e pulizia delle aree pubbliche delle frazioni. Favazzina è al primo posto per degrado.
Rifiuti di ogni tipo, erba alta lungo le stradine, gondole abbandonate lungo le strada della stazione, muri imbrattati, panchine e segnaletica danneggiate. Una fotografia di Favazzina non certo da cartolina quella segnalata Spusy!
Il comportamento di ciascuno di noi potrebbe migliorare la situazione di generale degrado. Fuori dalla nostra porta non è terra di nessuno, ma così come si ha cura del proprio corpo e del decoro della propria casa bisognerebbe averne per tutto ciò che è comune: strade, viuzze , piazze e spiagge.
Senza fare polemica. E soprattutto nella stagione invernale, quando la presenza dei residenti è al minimo, che si registra il picco più alto di degrado Segnalare e intervenire in modo tempestivo per denunciare casi di degrado. Promuovere e sensibilizzare sull'importanza della tutela del territorio per evitare il degrado e rendere il paese più vivibile

sei un quaquaraqua....

Grecu.... non chè amministratore.... vorrei solo ricordarti.....
FATTI NO PU.....................................................................................E
....o spetti l'elezioni mi si riconfermatu prima mi torni a scriviri??????

martedì 26 maggio 2009

Pianto d'amore

Era l'alba di una splendida giornata di giugno, il sole sorgeva ri tagghi i Solano e si riversava sul versante di Brancatò, non c'era ombra.
Io e mio padre dovevamo dare lo zolfo alle viti, contro la pronospera, mio padre con un soffietto colpiva con lo zolfo in polvere i grappoli d'uva ancora in fiore, io, con le lande (contenitori con tanti buchi alla sommità) spargevo zolfo sulle viti dall'alto, come dare cipria ad un neonato.
Era un lavoro veloce e silenzioso, anche perchè se parlavi lo zolfo che volava ti andava a finire in bocca.
Ogni tanto, bastava un alito di vento, e lo zolfo ti andava a finire negli occhi che per pochi secondi ti bruciavano terribilmente, poi passava tutto e si ricominciava il lavoro.
Mio padre continuava a ripetermi :
:- Non metterti controvento altrimenti lo zolfo ti va negli occhi e poi piangi tutto il giorno - ma io non l'ascoltavo, avevo fretta di finire il lavoro e tornare a casa
Avevo un'appuntamento importante con una ragazza
Alle nove del mattino avevamo già finito, mio padre che s'era portato dietro il fucile se ne andò a caccia, io presi la strada per tornare a casa.
Ero giallo, avevo tanto di quello zolfo addosso che se mi strofinavo correvo il rischio di accendermi.
Il tuffo lasciò una scia gialla nel mare, i pesci mi guardavano come fossi un sarago senza strisce nere verticali, ed io nuotando velocemente e poi facendo capriole nell'acqua, mi liberavo di quel fastidioso colore.
Mentre mi asciugavo al sole, mi tornava il bruciore degli occhi, poi, dopo un'abbondante lacrimazione mi passava tutto, ma dopo un pò ritornava, altra lacrimazione.
Era un tormento
La ragazza era bella, molto bella, ma era storta e poi non amava il tango, venne con una sua amica da Bagnara, ed era sull'incazzato andante.
:- Ho sentito che fai il farfallone, che vai con le altre, tra noi e tutto finito -
Non era vero, io ero fedele come una baldracca ungherese al seguito dell'esercito napoleonico.
Stavo per dire :- Ma vaff... -
Un attacco di zolfo mi colse in pieno, le lacrime scorrevano a fiumi, mancavano solo i singhiozzi
:- Non fare così se no piango anch'io, ti perdono, restiamo insieme, ma fai il bravo -
E chi andava a raccontargli che era lo zolfo del mattino, passai per un tenero romanticone che piangeva per la fine di un amore.
Ah le Passanti, quanto amo questa canzone, quando a volte ne rivedo qualcuna, serie madre di famiglia, che ti salutano con un mezzo sorriso per dirti che si ricordano ancora anche se il tempo è passato, anche se sono tutte colorate per nascondere il bianco degli anni, io no, ma vorrei colorarmi di giallo, come lo zolfo.

Favazzina di maggio

Ancora una volta Favazzina mi ha accolto con gioia, con smisurato amore, come una madre felice di abbracciare il figlio lontano che ritorna.
Mi ha accolto con i suoi colori unici (che cielo e che mare!), i suoi odori intensi, come il profumo della zagara che, ahimè, ancora per poco potremo sentire.
L’ho abbracciata commosso felice di rivederla, sapendo che presto sarei ripartito, e che niente avrei potuto fare per alleviare almeno in parte le sue pene.
Il torrente (?), con le sue piene, ha creato alla Sena una spiaggia meravigliosa, che mai prima d’ora mi era capitato di vedere. Suttafrunti è tutto un susseguirsi di spiaggette splendide dove è una gioia potersi immergere in un mare cristallino, in un silenzio irreale, rotto talvolta dal grido rauco dei gabbiani, (Cicciuzzu l’amicu ru Longu è u chiu rumpi cugghiuni).
Come sarebbe bello se tutto questo rimanesse così!
Le strade sono piene di rifiuti e l’erba in certi vicoli (chiddu pi da banda a sciumara, nto Principi, e chiddu nta Villa chi si nchiana a stazioni e nta stessa srata ra stazioni) è talmente alta che si fa fatica a camminare, (a natru pocu i serpi ndi mangiunu) per non parlare poi del pastificio, proprio in centro al paese.
Favazzina è un cantiere a cielo aperto, molti sono coloro che stanno ristrutturando le case, e le macerie fanno bella mostra dalla caserma fino alla sciumara, inoltre come se non bastasse, vi è gente dei paesi vicini che viene a scaricarli lì da noi . C’è di tutto, cessi, bidet, piastrelle, tubi, rubinetti, fili elettrici, latte di vernice vuote ecc. , ecc.
Ho incontrato il sindaco a Scilla, davanti al comune, e mi ha chiesto come andava. Male, gli ho risposto perché ogni volta che torno a Favazzina, mi si stringe il cuore e la rabbia mi sale alle stelle per l’incuria che ormai da anni vedo e che nessuno fa niente per eliminare.
Mi ha detto che su Favazzina lui ha grandi progetti e che presto diventerà la California del Sud!
Io preferirei che il comune fosse più presente e che Favazzina diventasse un paesino vivibile, dove la gente si comportasse in maniera civile e avesse un po’ di rispetto per gli altri e per quanto la natura, così generosamente, ci ha voluto dare. Solo questo mi basterebbe!
Un grazie a Rocco V. per la foto, che per farvi “smangiare” mi a voluto fare!

sabato 23 maggio 2009

Profumo d'estate

D'improvviso
un profumo e
un colore.

Rosso e
vitale.

Riempie la canicola
d'agosto
mentre
ribolle
tra i vicoli e il
mare.

Ricordo di bambina.
Magia da catturare
delizia da gustare.

Con la pasta e in allegria
al ritorno
a casa mia.

Sangue dolce della terra,
regalo prezioso
per chi vuole
conservare
il ricordo di quel mare


Profumo.
Profumo d'Estate.

mercoledì 20 maggio 2009

Veleggiare






Ho sempre desiderato andare in barca a vela; e alla prima occasione avuta, mi sono lanciato per imparare a governare da soli una barca. Non è una cosa facile, soprattutto in mare, e nemmeno da prendere alla leggera. Nonostante stia praticando sul lago, io lo faccio per poter veleggiare in mare. Perché?.. perché in un paese di mare ci sono nato, al mare sono legato; per il vento, il silenzio e la forza con cui trascina e porta con sé ogni cosa; ma soprattutto per quell’idea di libertà. .

Physis

e quannu t'ancontru 'nda strata
mi veni 'na scossa 'ndo cori
'ccu tuttu ca fora si mori
na' mori stranizza d'amuri... l'amuri (Franco Battiato)

Alla ragazza sembra solo l'aria che entra dai finestrini e sa di mare e montagna, è mare e montagna, prima del suo condensarsi. Crede nella canicola tremolante del primo pomeriggio, nel fruscio che fanno le lucertole quando l'aria si dirada e diventa fuoco. È l'aria. “Come l'anima nostra, che è aria, ci sostiene, così il soffio e l'aria circondano il mondo intero”
Sente il tocco delle foglie di canna soffiate tra i pollici tesi e l'acqua scorrere nei condotti trascinando un ramoscello fino a un'aporia, a un vuoto di pensiero, una chiusa. E ne conclude che tutte le cose sono per natura umide e l'acqua è il loro principio e dio è la mente che dall'acqua ha costruito ogni cosa. “L'essere più antico è Dio, perché non generato. Il più bello è il mondo, perché opera divina.”
Quella si confonde beatamente in un guazzabuglio di presocratiche intuizioni ed è vittima di certi pregiudizi in forma di sensazioni che mancano di ogni possibile partecipazione all'essere e somigliano a fantasimi d'acqua.
Il dubbio insinuante nasce quando, tintinnando la sua protesta, un anello le cade esattamente di fronte al cancello del cimitero. Esattamente. E di fronte a un fatto di tale innegabile valenza razionale la ragazza decide di interrogare l'oracolo. Ma il santuario è dismesso e le Sellie, a furia di ascoltare il rumore dell'acqua del torrente non distinguono più lo stornire del vento nelle foglie della quercia da quello nelle foglie del carrubo.
Per questo e altri motivi la ragazza che non ha occhio al particolare, tende l'occhio della sua mente all'immutabile, ingenerato, immortale, unico, omogeneo, immobile, eterno. “Perchè principio degli esseri è l'infinito, da dove gli esseri hanno origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità.” Di conseguenza il quadro d'insieme è indeterminato. Non assomiglia a niente se non a sé stesso.


A l'alta fantasia qui mancò possa;
... l'amor che move il sole e l'altre stelle. (D. A.)

Le parabole di Mastro don Natale

Mastru don Natali era un siciliano pedemontano che vedeva davanti a sé le marine di Scaletta Zanclea, Guidomandri e Itala con le spalle coperte dal peloritano monte Scuderi dove suo nonno e suo padre appattavano l'acqua col freddo per ricavarne ghiaccio. Ritornato vivo dalla grande guerra, al principio degli anni venti venne a Favazzina da muratore di un'impresa edile, conobbe la sua futura sposa e non lasciò mai più il paese manco da morto: sta là 'nta Favareca, favazzinotu ammenzu 'e favazzinoti. Lavorava nell'edilizia per conto proprio e nell'agricoltura per conto di sua moglie. Nel tempo libero leggeva e quando ne aveva voglia -umoralmente allegro, succedeva spesso- raccontava storie belle, solitamente di significato etico-morale: per questo le chiamo parabole. Mettevano alla berlina gli scansafatiche, gli approfittatori, i fissa camuffati da 'ntelliggenti e gli intelligenti chi fannu i cazzuni. Poi c'erano quelle a tema religioso, leggermente blasfeme e fortemente irriverenti: le mie preferite. Il nostro cantastorie, mi venne il sospetto, pareva che ce l'avesse soprattutto con San Pietro.
Ve ne racconto una, ditemi voi...

"Gesù radunò i discepoli e disse loro che quel giorno sarebbero andati a recare la buona novella dalle parti di Cafarnao. Consigliò a ognuno di prendere delle pietre da portarsi dietro perché, non si sa mai, potevano servire. Predicò fin oltre l'ora sesta, quando vide i suoi uomini stanchi e affamati chiese che le pietre fossero portate davanti a lui, miracolosamente esse diventarono pani e pesci. Gesù disse: -Ciascuno mangi di quello che ha portato.- Pagnottelle fragranti e pani di ranu cottu a ligna, spigole orate e saraghi freschi ancora vivi, insomma il bendidio dappertutto tranne che nelle mani di Pietro: dei due sassolini che si era portato si ritrovò 'na licia e 'na muzzicata i pani. Si mbuccau e amen. Affamato, iava elemosinandu ndi chistu e ndi chiddu ma niente da fare: -No sintisti 'o Maestru? Ognunu si mangia u soi. A prossima vota ti reguli, malufaticanti!-
Venne il giorno di andare in Samaria e Gesù comandò che ognuno prendesse delle pietre perché, non si sa mai, potevano servire. A Pietro venne l'occhio malizioso e furbetto e un pensiero: -Stavota...- mentre si issava sul groppone un masso tale che dovettero aiutarlo in due. Gesù predicava e camminava con i seguaci finché arrivarono nei pressi di un torrente tumultuoso dove il Signore fece segno di fermarsi. A Pietro venne l'occhio languido e vuleru e nu pinzeru: -Si mangia!- Gesù disse che dovevano guadare il torrente e ordinò che con le pietre che si erano portate dietro fosse fatto un camminamento sull'acqua. -Ma comu?- disse Pietro mentre il masso che aveva trasportato fin lì veniva calato nel punto più profondo. Passarono dall'altra parte. Pietro, stanco affamato e avvilito, trovò il coraggio di chiedere: -Maestro, oggi non si mangia?- Gesù lo guardò con compassionevole benevolenza e disse: -Oggi è giorno di digiuno, non ricordi? Pietro, Pietro, cosa mai riuscirò a fare di te?- "

-Vabbò nonnu, però tu ta pigghi sempri cu San Petru. Non ti dimenticare che fu il primo papa.-
-Appuntu. Se 'u bongiornu si viri ra matina...

...ditemi voi se non ho ragione.

martedì 19 maggio 2009

La porzione magica

Questa storia è già stata raccontata splenditamente da Spusidda, essendo troppo bella, mi permetto di raccontarla dal mio punto di vista.
Era una sera di tarda primavera, quasi estate, un gruppo di giovani favazzinoti seduti 'nte scaluni ra chiesa, affilavano le armi, si preparavano per le conquiste della vicina estate.
Si parlava di alte strategie, di tecniche amorose, di metodologie applicate, insomma di tutte le arti atte a convincere l'altro sesso, possibilmente turiste straniere, ad essere meno avare di sentimenti ed elargire i loro favori.
Nella notte favazzinota si sentì un ululato, sembrava un lupo della Sierra Madre, invece era l'americano che chiedeva aiuto.
Ci precipitammo verso la Casa Bianca, trovando la porta aperta entrammo, era un attacco di gastrite secondo i più, astinenza al gioco delle carte secondo una minoranza, tra cui mi annumeravo.
Era già stato operato di ulcera, ragguagliandoci nei minimi particolari, mangiava come un uccellino solo pasta in bianco, carne o pesce al vapore e qualche formaggio magro, per questo c'era una minoranza sospetta.
L'americano in completa tenuta da notte, formata da un camicione quasi bianco e papalina con un vezzoso pon pon svolazzante, stava sotto le coperte, nonostante il caldo, si vedeva solo il naso, non parlava gemeva solamente, poi quando arrivava l'attacco di dolore forte, il crampo allo stomaco, si alzava seduto sul letto con le braccia tese in avanti e gridava:
:- Moru - subito dopo ruttava come un vecchio leone spellacchiato e ritornava sotto le coperte.
La scena si ripeteva ad intervalli regolari, bastava contare fino a dieci: uno, due, tre,....dieci:
:- Moru - subito dopo rutto e ritorno sotto le coperte
Si andava formando un coro, tutti pronti al dieci gridavamo "moru" , solo Biasi si fece scoprire andando fuori tempo, leggero anticipo, la romanzina fu dura:
:- Porcarusu ieu staiu murendu e tu mi pigghi pu culu, fora ra me casa - Biasi mortificato lasciò la stanza del dolore.
La scena era drammatica e nel contempo comica, noi eravamo dei ragazzi e veramente non sapevamo cosa fare, tranne andare a ridere di nascosto, guai a farsi vedere non partecipi del dolore che attanagliava il malcapitato, rischiavi il cazziatone e l'allontanamento coatto, era come ti buttassero fuori da un cinema sul più bello, durante la scena madre.
Il moribondo tra un moru e un rutto suggerì di chiamare un medico, ma come ? naturalmente non c'erano i cellulari e nemmeno i telefoni a casa, quello pubblico era chiuso data l'ora, al paese medici non ce n'erano, non eravamo nell'età della patente e anche se fosse per qualcuno, mancava l'auto per portarlo in ospedale.
I più intimi eravamo stati addestrati dall'americano, in caso d'urgenza, a chiamare certi suoi parenti, avrebbero provveduto loro alla bisogna.
Infatti i suoi parenti, avvisati da noi, chiamarono il medico (avevano il telefono)
noi rimanemmo a gestire l'attesa cercando di renderci utili.
Ognuno corse a casa a prendere qualcosa che potesse servire ad alleviare le sofferenze dell'ammalato.
Chi portò camomilla, chi portò l'alloro il cui decotto, a suo dire, era portentoso, chi portò bicarbonato, chi citrosidina, altri citrato di quello che si vendeva ancora sfuso, qualcunò portò una limonata già pronta.
Naturalmente tutti giuravano sulla bontà del prodotto procurato.
:- Mu rissi me mamma - disse uno, come se la signora avesse la laurea in medicina, ce l'avrà avuta sicuramente in erboristeria, però pi l'erba ri pecuri.
Cosa dargli ?
Decise per tutti, approfittando della sua ingiuria, Gustinu, buonanima, detto il farmacista, per una reclame del carosello di allora, ma che con la farmaceutica non aveva veramente niente da spartire.
Per accontentare tutti fece un miscuglio di tutto quello che avevamo portato, ne venne fuori un prodotto minacciosamente giallognolo con una schiuma variopinta, ma profumata, versò tutto in un bicchiere grande e lo diede da bere al moribondo.
L'americano, fidandosi non so come, e si che era molto diffidente, lo bevve tutto d'un fiato lanciando un'altro rutto da fare tremare i vetri.
:- Bonu, che era ? domandò l'ammalato
:- Boh !!! - rispose il sedicente, ma non tanto, farmacista
:- Mi sentu megghiu, mi liberai -
Il medico arrivò, buttò tutti fuori, tranne me che ero il traduttore, segretario, scrivano, gli tastò la pancia, gli misurò la pressione e diagnosticò
:- Non aviti nenti, stati megghiu i mia, chi mi facistu viniri a fari a sta ura ?
L'americano avrebbe voluto protestare ma il sollievo di sentirsi dire che non aveva niente era trppo forte, licenziò il medico dicendogli che sarebbe andato a trovarlo (il solito chilo di pescespada)
Mentre si vestiva mi disse sottovoce:
:- Chiama a n'autri dui ch'indi facimu nu romino -
Ancora oggi, quando ci penso, non riesco a capire se era stato veramnete male o s'era stata l'immensa solitudine che lo colpiva quando noi ragazzi, distratti dalla vita, non l'andavamo a trovare

lunedì 18 maggio 2009

Amore con la effe maiuscola

Una storia d'Amore scritto così con la a maiuscola e sotto il sole di Favazzina il caso non ha voluto che fosse per cui in mancanza di materia prima potrei finirla qua e sarebbe salva la mia partecipazione alla rubrica settimanale e sarebbero salvi gli eventuali lettori. Non sarebbe giusto. Per rispetto verso l'attuale titolare della rubrica settimanale parlerò di un altro amore tralasciando storie storielle storiacce che pure ci sono state ma che né il tempo e nemmeno la paglia portarono a maturazione: nespole marcite acerbe.
L'amore di cui voglio dire venne alla luce, alla lettera, in un giorno invernale e non potevo ancora sapere che sarebbe stato un amore per sempre: fra tutti gli amori, quello codificato nei geni e nella genia, nel sangue e nella terra. Amore contrastato, di abbandoni e riavvicinamenti, mai goduto del tutto e mai sopito. Andarsene zingaro per il mondo e attraversare il tempo seguendo una traiettoria che fatalmente -mi accorgo ora- conclude il suo tragitto là dove ha avuto inizio, descrivendo una figura geometrica che non saprei definire: un' ellisse esistenziale, forse. Andarsene assetato di conoscenza e tornare ubriaco di definitive (in)certezze. Ora che siamo già oltre la metà della rotta, dopo aver doppiato il capo della lontananza estrema, ritorniamo regredendo dal futuro e progredendo alle origini. Verso un vicolo che non calpesto più, verso una casa che non abito più. Di una patria dolce e amara. Come un amore con la effe maiuscola.