Benvenuti a Favazzinablog

Finalmente, dopo anni che ho in mente di farlo, ho deciso di aprire questo piccolo blog su Favazzina. L'obiettivo è quello di creare una comunità virtuale delle varie persone che negli anni hanno preso parte alla vita della nostra mitica Favazzina in modo che, almeno attraverso internet, possano sentirsi e non perdere i contatti, ma anche quello di scrivere e non dimenticare le varie storie che per tante estati ci hanno fatto morire dalle risate.
Se vi va di partecipare potete contattarmi su skype (mauro.fuca) o scrivere un commento anonimo al blog (scrivete in ogni caso la vostra email) così vi faccio diventare autori del blog e potrete darmi una mano.
Salutamu!
UGRECU

martedì 13 gennaio 2009

MISSIONI (IM)POSSIBILI

Come il cavaliere ha realizzato milano 2, anche noi avevamo creato la nostra favazzina 2. Vi chiederete che sto dicendo, eppure è stato così, naturalmente non sto parlando di aver progettato e costruito palazzi, il posto al quale mi riferisco è sempre esisto anche prima della nostra nascita. E’ stato per diverse stagioni estive la seconda favazzina (adesso qualcuno forse inizierà a capire a cosa mi sto riferendo), l’unico altro posto che frequentavamo alla ricerca di mare sole e facce nuove, si adesso è chiaro, ameno per quelli che, con e come me, hanno passato bellissime e divertenti giornate a tropea. Le occasioni per andarci erano svariate e almeno una volta l’anno era la nostra meta per un divertimento non proprio fuori porta. Mi vengono in mente tanti ricordi, quello che racconto adesso risale al 1992. Come sempre il viaggio fu organizzato all’ultimo momento la sera prima, parlando in piazza rimembranza, io, il ferroviere, peppe di reggio (u fotografo), un altro amico suo (ferroviere forsi ti ricordi tu u nomi) e un mio omonimo di Genova. La prima cosa che mi colpì la mattina della partenza fù l’eleganza del ferroviere, che si presentò alla stazione di favazzina in maglietta e jeans LEWI’S bianco appena stirato, per fortuna per farci capire che non era impazzito, ai piedi non aveva niente, si era propriu a scaza.
Arrivati a tropea, prendemmo posto sulla spiaggia e decidemmo subito di fare un bel bagno rilassante, fondamentale dopo il viaggio iniziato all’alba. Lasciammo gli zaini sulla spiaggia e ci godemmo il mare di tropea. Smossi dalla fame ritornammo ai nostri zaini e iniziammo a mangiare i panini preparati con tanta cura dalle nostre mamme (panini cunzati ca frittata e provula e prosciuttu). Uno di noi portò una bottiglia di aranciata e il generose gli chiese di berne un po’. Quando prese la bottiglia per bene gli venne il dubbio che fosse calda e chiese rassicurazioni, che giunsero subito:”No, non ti preoccupari, non è cadda pi nenti!”, al che ne trangugiò un gran sorso, che dopo un secondo sputò in faccia al proprietario della bottiglia dicendogli:”Belin, ma lo sai che cazzo vuol dire CALDA?”. Per la cronaca l’aranciata era bollente. Il pomeriggio si decise di andare nella grotta sotto il monastero per fare dei tuffi. Arrivati dopo varie peripezie, il genovese no riusciva a camminare sugli scogli e i suo passi erano scanditi da innumerevoli “Belin! Ma qui si scivola, Belin! Mi sono fatto male ecc. ecc.”. Arrivati alla grotta, incontrammo alcuni reggitani amici di peppe e decidemmo di fare dei tuffi dalla parte più alta del costone (15 metri circa). Scalata la montagna, il generose, sempre lui si girò verso di noi e disse ”Belin è troppo alto, io non mi tuffo!”Al che uno dei reggiani gli indicò la strada per tornare indietro (quella che avevamo fatto per salire, impossibile da ripercorrere all’inverso) così il genovese suo malgradò si lanciò e in quei pochi secondi che lo divisero dall’impatto pronunciò parole incomprensibili. Pronto per il ritorno, dopo il consueto cambio di costume fatto in mezzo alla strada con l’asciugamano a mò di pareo, alla stazione ci attese una brutta notizia. Il nostro treno era fermo alla stazione e per problemi sulla linea aveva un ritardo imprecisato. E ora chi facimu? Non ricordo chi di noi ebbe la risposta. Partito per la prima bottega che avrebbe incontrato, portò un pacco da 50 palloncini. Iniziammo una guerra senza quartiere che coinvolse anche gli altri passeggeri, che almeno si distrassero e non pensarono all’attesa della partenza. Ad un tratto al nostro treno se ne accostò un altro e iniziammo a scambiare battute con le ragazze che si affacciavano dai finestrini. Una ragazza si rivolse al genovese”Bello il tuo orologio me lo regali?” e lui di risposta, in perfetto stile inglese “Si, una fetta di culo no?”.
Partiti sul treno avevamo ancora qualche palloncino, che farsene? Li abbiamo riempiti nei bagni e uno dei riggitani lo lanciò dentro lo scompartimento, no quelli a sei posti, uno di quelli aperti, provocando le reazioni dei passeggeri che si rivolsero al capotreno. Questi ci venne incontro e pensai “Eccu ndi rovinammu a iurnata”, giunto davanti a noi ci disse”Figghioli u sacciu chi vi vuliti scialari, puru ieu mi divertiva e me tempi, ma non ci rumpiti i palli all’autri”. Le sue parole furono ascoltate da tutti noi (tantu i palloncini erunu finuti).

Forza Mariuzza

Na giustatina o sistema idraulicu i l'apparatu locomotori e via, megghiu di prima.
Torna presto Mary chi nda spiegari u bridge.

lunedì 12 gennaio 2009

UN INNAMORATO DI FAVAZZINA

Per le note vicende legate a mia madre sono stato a Favazzina quasi tutto il mese di dicembre ed anche i primi giorni di gennaio, fino al nove esattamente e ho visto una Favazzina triste e abbandonata, una Favazzina per certi versi agonizzante. Voglio precisare che io amo Favazzina, l’amo in modo viscerale e ogni mio scritto, ogni mio pensiero è rivolto sempre a Favazzina. Potessi, tornerei subito a viverci, tornassi indietro non avrei mai lasciato il mio paese.
Amo Favazzina, l’ho sempre amata, per questo soffro nel vedere come sia cambiata in peggio in tutti questi anni, nel constatare il declino che ha avuto grazie soprattutto all’incuria dei nostri governanti.
Tutto è iniziato con il passaggio del metanodotto, con la distruzione di un’area stupenda ricca di limoni e della spiaggia (solo u Longu può ricordarsi delle dune di sabbia caratteristiche di quella zona), che invece di essere salvaguardata, è stata deturpata in nome del progresso. Poi il declino è continuato coi massi, buttati in mare per anni, che hanno contribuito alla sparizione di una delle più belle spiagge della costa Viola, e dall’ora il declino non si è più arrestato.
Soffro nel vedere Favazzina d’inverno e l’abbandono in cui versa e non posso non ricordare con amarezza e con struggente nostalgia, lo splendore degli anni della mia adolescenza.
Soffro nel vedere non solo la campagna abbandonata, ma anche gli splendidi giardini di limoni, orgoglio di Favazzina, e inorridisco al pensiero di quello che sarà.
Talvolta penso che la colpa sia anche mia e di quelli che come me sono emigrati al nord, ad arricchire quelle terre, con il nostro lavoro e i nostri sacrifici, impoverendo il sud. Ma poi penso che, almeno per me, non vi era altra via d’uscita per sottrarmi al clientelismo che da sempre regna dalle nostre parti. Tornassi indietro non sarei mai partito per il nord ed avrei continuato a lottare per il mio paese, portando avanti il lavoro di mio padre e quello del padre di mio padre, con grande sacrificio, anche se so che non sarebbe stato facile.
Soffro nel vedere le strade del paese piene di rifiuti e credo che da quando Guglielmo abbia smesso di fare lo spazzino, nessuna scopa abbia più pulito una strada.
Soffro nel vedere il paese invaso dai gatti randagi, che vivono perennemente nei cassonetti dell’immondizia, rovistando e sparpagliando rifiuti ovunque e lasciano escrementi soprattutto nei vicoli. Il primo vicolo ne è letteralmente pieno, ve ne sono davanti ad ogni porta.
Soffro nel vedere come la spiaggia sia divenuta una discarica a cielo aperto, dove tutti i detriti delle case in ristrutturazione fanno bella mostra.
Soffro nel vedere come ogni sera vi sia un via vai di coppiette che in macchina vengono a fare i loro comodi in fondo alla piazzetta, lasciando poi per terra i segni inequivocabili dei loro incontri, impedendomi, nella mia passeggiata serale, di arrivare fino in spiaggia, primo per la decenza e poi per non essere tacciato da guardone.
Soffro ancor di più nel vedere Favazzina d’estate, invasa dai turisti della domenica che, con le loro macchine, portano solo confusione e lasciano sulla spiaggia un mare di rifiuti, e dai motoscafi che a motore acceso arrivano fino a riva, inquinando e rappresentando un pericolo costante..
Soffro nel vedere il crescendo dei lidi che imprigionano la spiaggia e soffocano il mio spazio vitale, il mio modo libero di vivere il mare.
Soffro nel vedere come ogni cosa che viene fatta, si dice per il bene del paese, sia invece mirata ed abbia uno scopo ben preciso, faccia parte di un piano già prestabilito a vantaggio di pochi.
Quando ho scritto il mio primo romanzo “L’albero dei rosari” mai avrei immaginato di rivedere la centrale idroelettrica, in disuso e sommersa dai rovi, nuovamente in funzione, di salire al casotto e rivedere lo splendido panorama che da lassù si può ammirare, di ripercorrere con un certo brivido il condotto.
Allora mi viene da pensare che se l’uomo vuole tutto può è solo una questione di volontà ed anche, è inutile negarlo, di interessi. Concludo dicendo che nel mondo c’è chi da e c’è chi prende e da Favazzina, finora, chi più chi meno, tutti abbiamo preso, io compreso. Pochi o forse nessuno, io compreso, abbiamo veramente dato.

FAVAZZINA COME UNA MADRE

Torno a scrivere per la prima volta dopo la scomparsa di mia madre, grato per il vostro cordoglio e per l’affetto che mi avete dimostrato in un momento per me molto doloroso. Nonostante mia madre avesse già una certa età e sebbene un po’ me lo sentissi (il post “Favazzina d’inverno” è stato in un certo senso premonitore) ho provato lo stesso un grande dolore per la sua morte. Molteplici sono i motivi della mia sofferenza che ognuno di voi comprenderà e che non sto qui ad elencare, ma uno sicuramente è dovuto al fatto che si è venuto a spezzare quel sottile filo che mi legava a Favazzina, è come se fosse stato reciso e in modo definitivo il cordone ombelicale che mi legava a lei. Oltre all’affetto di mia madre mi è venuto a mancare un punto di riferimento importante, il motivo che mi spingeva ad andare a Favazzina così di frequente. Spero di tornarci lo stesso a Favazzina se non con la stessa frequenza di prima, almeno un paio di volte all’anno, poiché Favazzina è come una madre e non si può lasciarla sola troppo a lungo.
Colgo l’occasione per salutare mio cugino Antonio e dargli il benvenuto tra noi, sono certo che con le sue conoscenze e i suoi ricordi su Favazzina arricchirà sicuramente il blog.
Vorrei anche dirgli di non farsi chiamare Antonio l’americano, ne tanto meno Antonio il milanese o il dottore, ma di prendersi il soprannome dei nostri nonni e dei nostri padri, ovvero “cippareddu”, mi spiacerebbe se venisse perso.

U trissetti: lessico favazzinotu

U trissetti a Favazzina esti u jocu 'i carti chiù importanti, si joca quasi sempri in quattru e inzemi a briscula faci parti ra serii. Finita a prima serii si faci 'a riuta e dopo eventualmenti 'a bella.

'U palu: è il seme (dinari, mazzi, coppi e spati)
Valore delle carte: l' Asu, 'u Dui e 'u Tri sunnu i carti chiù importanti.
'U vinticinqu: Dui e Tri nto stessu palu (12+13 sicundu 'u valuri ra primera nta scupa)
'U vintinovi: Asu e Tri (16+13)
'U vintottu: Asu e Dui (16+12)
'U bongiocu: 'a Napulitana (Asu, Dui e Tri o stessu palu), Tri (o quattru) Asi (o Dui o Tri)
Fagghianti o faglianti : quandu non hai carti a nu palu.
Chiumbu a 'n palu è a stessa cosa ru faglianti; chista ma chiumbu voli riri chi jocu l'unica carta ru palu e poi non nd'haiu chiù.
Bussu: voli riri pigghia e torna
Ribussu: voli riri chi ieu haiu u Dui

Particolarità: si joca i megghiu in megghiu. Questa è una regola controversa non da tutti accettata: significa che nelle ultime due carte se il giocatore ha due carte di un palo non ancora giocato deve giocare la carta col valore più alto.
Rammi 'u Dui è quasi un' imposizione fatta al compagno con la pretesa che esso accondiscenda, viene da qui l'espressione popolare "Vuliva 'u dui i mia" cioè aveva delle pretese che io non potevo soddisfare o anche voleva conto da me.
Frase tipica di Franciscu ru C. a un suo compagno un pò scarso: Joca, lignu!
Carta 'n terra: la carta che ha toccato il tavolo è definitivamente giocata e non si poti shrunnari.
Shrunnari: voli riri invalidiamo e ripetiamo.

Grandi giocatori del passato: Aurelio M. e P.V. u curazzeri

Bibliografia:M.V.Longu -Trissetti per principianti e progrediti
Aurelio M -La partita perfetta
Franciscu ru C. - Cittu! 'U trissetti è 'u jocu ri muti

domenica 11 gennaio 2009

Forma mentis

Dobbiamo sradicare dall'anima
tutta la paura e il timore
di ciò che il futuro può portare all'uomo.
Dobbiamo acquisire serenità
in tutti i sentimenti e sensazioni rispetto al futuro.
Dobbiamo guardare in avanti
con assoluta equanimità
verso tutto ciò che può venire.
E dobbiamo pensare che tutto ciò che verrà
ci sarà dato da una direzione del Mondo
piena di sapienza.
Questo è parte di ciò
che dobbiamo imparare in questa era:
a saper vivere con assoluta fiducia,
senza nessuna sicurezza nell'esistenza,
fiducia nell'aiuto sempre presente
del Mondo Spirituale.
In verità, nulla avrà valore
se ci manca il coraggio.
Discipliniamo la nostra volontà
e cerchiamo il risveglio interiore
tutte le mattine e tutte le notti.

(R.Steiner)

venerdì 9 gennaio 2009

Commenti recenti

Per chi non se ne fosse accorto faccio notare che i commenti recenti hanno ricominciato a funzionare. Faccio i complimenti al team di blogspot che ha risolto il problema in tempi ragionevoli (io ad onor del vero non sono riuscito a risolvere nulla... anche perché non si poteva!).

A questo punto facciamola completa... vorrei "favazzinizzare" i commenti recenti... a partire dal nome, poi vorrei fare delle modifiche anche al testo che attualmente è:

'data'::: 'autore' parlando di 'titolo del post' ha detto

le parole in grassetto possono essere modificate, ma come? Date sfogo alla vostra creatività :-)

GRECO, AGUZZA LA VISTA!

A grande richiesta, questa storia è per te!!Spero ti piaccia.
RISVEGLI D'ESTATE
Ero appena arrivata a Favazzina quell'estate ma più tardi del solito perchè gli esami all'Università erano finiti a luglio inoltrato.
Mio fratello A. ed il suo cugino S., invece, erano già a Favazzina da un po' e le loro movimentate serate al Papirus si concludevano quasi sempre all'alba.
Inutile dire che ogni rientro mattutino dei "nostri pileri" era accompagnato da sonore lavate di capo da parte di genitori,nonni, zii, cugini, fratelli, sorelle, e compagnia bella. E, cionostante, i due erano costantemente recidivi.
Quella mattina, ancora sotto l'effetto "stupefacente" degli orari di studio, mi svegliai prestissimo, più o meno intorno alle sei.
Come sempre, dopo la colazione, mi recai a casa dei nonni: mio nonno già a leggere il giornale e mia nonna pronta ad offrire il caffè a tutti.
- "Buongiorno."
- "Ciao bella, ti iazasti già a sta'ura??"
- "E già..."
- "Cu sapi se si cugghiru ddi dui."
- "Chi, nonno?"
- "To frati e to cugginu. Ni sentia i fattu i fattu. Ora appena i viru... a prossima vota i rassu fora!Così vanno e si curcunu n'ta marina!"
Detto ciò, si sedette accanto alla porta ad aspettarli.
Ahi, ahi. La cosa si metteva male.I cazziatoni di mio nonno erano sempre "super".
Pensai: "Appena arrivano, facimu u' teatrino n'to viculu".
Così decisi di aspettarli fuori e mi sedetti nella vinella in trepidante attesa.
Arrivarono di lì a poco, quatti quatti.
Con un filo di voce:" Hey,il nonno è sveglio?
-"Certo, vi sta aspettando.
- "E ora?"
- "Ora vi arrangiate!"
- "Dai,cugina,aiutaci!"
Si, una parola.
- "Vabbè..aspettate ancora un attimo. Appena sentite il nonno alzarsi dalla sedia, infilatevi subito per le scale".
Rientrai.In un attimo capii perfettamente cosa fare.
- "Nonno, senti, ma il gambero per la pesca l'hai comprato??"
- "Si, u cungelai già".
- "E le lenze nuove, dove le hai messe? Me le fai vedere?"
- "Ora?? Vabbò,veni ca' cu mia..."
Detto fatto.Si alzò e si diresse verso l'angolo "segreto" dove custodiva le sue preziosissime lenze.
Immediatamente, i due sgattaiolarono dentro e poi su per le scale.
Di lì a poco, risuonò squillante la voce di Tacito (che poi tanto Tacitu non fu mai pa'verità!) per la consueta visita mattutina: "Allora, si cugghiru l'egizziani? A menzanotti ieu chiuria u' purtunu e mi 'ndi ia mi mi curcu".
E mio nonno:" Nu' sacciu. N'i sentia. Accamora sunnu curcati n'ta marina.Si scialunu..."
-" Mah, pi mia sunnu ancora dda' o' Papirus chi cercunu mi decrifanu qualche geroglificu!" ribattè Tacitu.
Fragorose risate provenienti dalle scale. I due cugini si presentarono sorridenti e, con la consueta faccia tosta, esclamarono serafici: "Ma,veramenti,se proprio u vuliti sapiri, ndi cugghimmu a stu' mumentu! "

Pietro l' americano

Dopo Antonio adesso non manca che Pietro. Me nonnu Natali u riciva sempri "i mericani sunnu scecchi carricati i sordi" e proprio per questo, sacrificando la nostra patria, continuiamo a mandare cervelli in US.
Dopo un medico che si fa e ci fa onore (Antonio) è il momento di un ingegnere che si fa e ci fa onore. Pietro è un ingegnere che lavora per un'azienda leader mondiale nel settore dei microchip di silicio. Al momento si trova in Arizona vicino a Phoenix. Siccome è giovane quasi tutti nel blog dovrebbero conoscerlo per cui non mi dilungo nella presentazione e mi rivolgo direttamente a lui: Pietro vedi se puoi partecipare a questo blog anche perchè c'è Mariuzza che vorrebbe sapere cu fu chi nci ittau na pacchira nta testa. Fusti tu o Roccu u nau? Liberaci dal dubbio.

Ps: longu come sono andato? Ho un futuro da presentatore?

Tosse, sciroppi e...buscichi.

Era una delle solite estati favazzinote, passate da mia zia Peppina la postina, la buon'anima.
In quell'anno la compagnia si arricchi' di due giovani reggitani Franco e Lino V. Loro, Antonella A., a soru i Gennaru, ed io formammo una piccola banda di amici che, essenzialmente, passo' quella particolare estate quasi sempre insieme.
Tra le molte cose che facevamo per passare le giornate, mi ricordo quando Lino, Antonella ed io ce ne andavamo nta marina e nuotavamo 10 o 20 metri al largo e poi, uno alla volta, ci immergevamo e spingevamo la testa di quello sotto coi piedi (ve le ricordate quelle calate?) fino a che il primo immerso toccava il fondo. Con la base fermamente piantata sul fondo sabbioso, ci ponevamo uno sopra l'altro stando all'impiedi sulle spalle di quello sotto fino a che il primo, o l'ultimo dovrei dire, stava eretto col capo fuori dall'acqua. Poi si contava quanto tempo uno resisteva senza prendere fiato.
Io non so perche' facevamo sta torre ma vi devo dire che ci passavamo le ore in allegria.
Un giorno mi ammalai con la tosse forte. Quando gli amici si presentarono alla porta di mia zia Peppina, lei disse loro che ero malato e che non avrei potuto uscire. Antonella, armata di spirito samaritano disse che a casa sua lei aveva visto uno sciroppo per la tosse, e se commare Peppina vuliva, lei lo poteva portare per il mio beneficio e sollievo.
Mia zia Peppina, non sapendo come rifiutare un atto di generosita' si' grande, acconsenti' all'operazione di salvamento e cosi' mi ritrovai con la bottiglia di sciroppo sul comodino.
Mi ricordo benissimo che la bottiglia di plastica marrone trasparente aveva un bel pino verde come etichetta, con sotto scritto il nome del medicinale con tutti gli altri ingredienti.
I miei tre amici pensarono bene di assistere alla prima somministrazione del liquido che era giallognolo e denso e sapeva di...sapone. Era cosi' disgustoso che quasi vomitai.
Franco, che allora studiava medicina (ora e' primario di neurochirurgia infantile al Bambin Gesu' a Roma) mi disse di non preoccuparmi tanto del gusto dello sciroppo. Infatti, uno degli ingredienti, disse lui pomposamente, era palmitato di sodio!!!
Dopo il primo disgustoso ingoiamento di quel medicinale se ne andarono ed io me ne tornai a dormire. Quando venne il tempo per la seconda dose, io non la volevo prendere la medicina, mia zia Peppina, facendomi notare il mio miglioramento, mi dette du cocci r'uva "mi ti fai a'bbucca Ntonuzzu beddu ra zia".
L'indomani era Sabato, giorno che Mariangela, madre di Antonella e Gennaro, veniva, come usuale, da Reggio a Favazzina per passarsi il weekend.
Mia zia Peppina, contentissima che lo sciroppo cominciava a funzionare, non si pote' trattenere dal ringraziare profusamente Mariangela per il dono dello sciroppo miracoloso. Mariangela, sorpresa, chiese: "ma di che cazzu i sciroppu stati parrandu?" "Chiddu intallarmadiu ru bagnu vosru" disse mia zia. Eccolo qui, disse mia zia trionfante, presentando la bottiglia marrone col liquido giallognolo. "Cu tu resi?", chiese Mariangela, "tu figghia Antonella, cosi' gentile, ciu resi a'Ntoni chi teniva na tussi chi nun putiva rurmiri a notti o u jornu.
Mariangela comincio' a prendersi la faccia a schiaffi e comincio' a dire "malanova mi'nci veni, a da disgraziata, nun si faci mai i cazzi soi" In una atto di pregiera si fece la croce ripetutamente dicendo "Matri, matri ru Bambinu Gesu, u mbelenaru" Mia zia Peppina, ora molto preoccupata perdette la calma e chiese "che cazzu mi stai ricendu, storta, cu mbelenaru? "Commare Peppina, chistu non e' sciroppu esti shampu pi capiddi!"
Mariangela, spiego' che quando preparo' le cose per andare a Favazzina la settimana prima, aveva bisogno di un contenitore per lo shampoo. Lei vide sta bottiglia di sciroppo quasi vuota, la vaco' completamente e ci mise dentro lo shompoo della Palmolive.
Mia zia Peppina comincio' a gridare "O mamma, o mamma e cu n'ciu rici a me frati Cicciu chi nci'mmazzaia nu figghiu" Tutta la vinedda era in subbuglio. Il dottore fu chiamato, rimedi furono proposti, visite in abbondanza ricevute, preghiere levate al cielo, ed io sopravvissi.
L'indomani mattina, mentre ero in bagno, notai che la evacuazione era facilitata da un certo non so che di lubrificante ed il procedimento naturale si compiva senza sforzo alcuno.
A quel punto, dal basso della casa, nel bel mezzo del vicolo, sentii la voce rauca ru prufessuri Bueti che, con il solito giornale nelle mani, e nella sua solita cannottiera bianca, chiese ad alta voce: "Ntoni o Ntoni, i facisti i buscichi?" Ed io, guardando il prodotto appena depositato, risposi: " i fici, i fici cumpare, e puru randi sunnu".