Benvenuti a Favazzinablog

Finalmente, dopo anni che ho in mente di farlo, ho deciso di aprire questo piccolo blog su Favazzina. L'obiettivo è quello di creare una comunità virtuale delle varie persone che negli anni hanno preso parte alla vita della nostra mitica Favazzina in modo che, almeno attraverso internet, possano sentirsi e non perdere i contatti, ma anche quello di scrivere e non dimenticare le varie storie che per tante estati ci hanno fatto morire dalle risate.
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Salutamu!
UGRECU

giovedì 27 maggio 2010

La pesca subacquea

Questa è una delle tante "storie 'i Favazzina", vissuta e raccontatami da mio padre, la scrivo come l'ho sempre ascoltata da lui.

Fin da quando ero ragazzino mi appassionava la pesca in ogni sua forma, allora i mezzi per praticarla non erano molto sofisticati anzi capitava spesso tra noi ragazzini di costruirceli da soli, come ad esempio le fiocine.
Bastava recuperare una canna, la si incideva ad un'estremità, successivamente si prendeva 'na broccia (una forchetta) e battendola con una pietra la si faceva diventare diritta; fatto ciò la si inseriva nell'incisione fatta precedentemente sulla canna e veniva poi fissata ad essa tramite uno spago, di quelli che si usavano per fare gli stoppini delle candele. La fiocina era pronta, si trattava solo di prendere dimistichezza nell'usarla, qui ognuno ci metteva del suo.
Successivamente, inventai l'evoluzione della fiocina di canna e forchetta prendendo spunto dai primi fucili subacquei allora in commercio. L'invezione, in realtà, era composta dal mio stesso avambraccio, corrispondente alla parte fissa del fucile e da un'asta parte mobile posizionata lungo quest'ultimo, di ferro, cilindrica, su cui era saldato ad un'estremità il tridente; più arretrato, in basso, un piccolo gancio serviva per trattenere l'asta stessa con le dita indice e medio, una sorta di grilletto non per pressione ma per rilascio; infatti, un pezzo di caucciù veniva fissato da un lato ad un occhiello ricavato dall'incurvamento della parte terminale dell'asta su se stessa, dall'altro al pollice, tendendosi così rendeva l'arma artigianale carica e, al solo rilascio di inidce e medio, pronta a sferrare il colpo ad un'ipotetica preda.
Il mio equipaggiamento subacqueo si completava con maschera e pinne regalatemi dal mio caro zio Diego fratello di mia madre, nonchè nonno di Romanaccia, entrambe di marchio Pirelli, colore nero. La maschera copriva occhi, naso e anche la bocca e si continuava con un tubo la cui posizione, parallela alla parte superiore del cranio, era stata studiata appositamente per consentire la respirazione con l'inclinazione della testa atta a scrutare il fondo del mare. Infine le pinne, anche queste come la maschera, diverse da quelle odierne, erano state concepite con annessa una camera d'aria che non consentiva il loro affondamento in caso di scivolamento accidentale in acqua; non coprivano il tallone ma si legavano con delle conghiette alla caviglia e ciascuna pinna presentava un profilo asimmetrico che andava aumentando procedendo dall'interno verso l'esterno del piede; la simmetria veniva raggiunta accostando i piedi l'uno all'altro, si veniva così a ricreare un profilo simile, se non del tutto uguale, alla pinna caudale omocerca dei pesci.
In quel periodo andavo spesso a pesca con Nino, fratello di Italo, ed in una delle nostre uscite trovammo un vero fucile subacqueo adagiato sul fondo del mare non molto distante dalla riva favazzinota, probabilmente reperto presente sull'imbarcazione di alcuni "furisteri" che era stata capovolta dal mare grosso di qualche giorno addietro. Il fucile da me inventato era veramente poca cosa a confronto e si decise quindi di utilizzare a turno il "ritrovato".
Quella mattina il cielo era terso, il mare calmo e l'acqua di un cristallino indescrivibile. Ci calammo dalla spiaggia di fronte l'ex caserma, Nino aprì le danze utilizzando per primo il fucile, io lo seguivo.
Una volta in acqua ci dirigemmo verso nord-est, direzione Bagnara, perlustravamo nuotando affiancati ma ad una distanza l'uno dall'altro di circa 15 metri, io più sottocosta rispetto a Nino e ogni tanto alzavamo la testa per verificare di entrambi la posizione. Arrivammo nel tratto di mare in corrispondenza della foce 'ra sciumara, lì l'acqua diveniva gelida, il fondale era letteralmente tappezzato di grosse pietre ricoperte da una fitta vegetazione, trascinate fin lì sicuramente dalla forza dell'acqua della fiumara durante le sue piene. Entrambi sapevamo che quello poteva essere un fertile terreno di pesca, perciò continuammo a perlustrare con più attenzione di quanto non avessimo fatto prima.
Intento a guardare ora a destra, ora a sinistra ora sotto di me, udii l'inconfondibile rumore emesso dal fucile che spara sott'acqua la fiocina, Nino aveva sparato a qualcosa. Alzai la testa fuori dall'acqua convinto di vederlo, ma nulla, di Nino nemmeno l'ombra, aspettai ancora qualche secondo ma egli tardava a riemergere. Di istinto cominciai a nuotare velocemente nella sua direzione e ad un certo punto vidi adagiato sul fondo il fucile, senza fiocina, più in là Nino testa all'ingiù lottava disperatamente per liberarsi dalla morsa di un polpo enorme che con i suoi lunghissimi tentacoli gli aveva completamente avvolto spalla e braccio trattenendolo e non consentendogli quindi di riemergere.
Ricordo che a quella vista rimasi esterrefatto, non credevo ai miei occhi, ma non c'era tempo per lasciarsi andare ad emozioni, bisognava agire, dovevo aiutare Nino. Pensai che lì sotto, la profondità era di circa 10 metri, mi sarebbe servita aria, tanta aria, e così dopo aver fatto un gran respiro, trattenni il fiato e mi immersi senza in realtà sapere esattamente cosa fare. Raggiunto il polpo, che da preda ambiva a diventare predatore, cercai di afferrarlo e con non poca fatica riuscii ad infilare le dita sotto la sua testa, vicino al sifone, ma nonostante tutto non accennava minimamente a mollare la presa. Allora istintivamente ricorsi ad un vecchio metodo che chiunque di voi sicuramente conosce se non per averlo praticato, quantomeno per sentito dire, e cioè 'a muzzicata ammenzu all'occhi ru pruppu.
Guidato dalla forza della disperazione serrai forte i denti e contemporaneamente, facendo trazione con le dita sulla testa del cefalopode, puntai i piedi sul fondale dandomi una spinta verso l'alto.
Al di là di ogni fervida immaginazione accadde proprio l'inimmaginabile, tranciai letteralmente la testa del polpo. Ricordo perfettamente l'immediato cambiamento di colore del mollusco, da vivido a spento, a segnare il passaggio da una condizione ad un'altra, irreversibile.
Riemergemmo portando con noi la preda, Nino in più, portò sul corpo i segni di quest'avventura, gli sarebbero rimasti per parecchi giorni.

8 commenti:

arcade fire ha detto...

Bella Enzo, bella Ninì. Il fucile incorporato nell'arto superiore era una cosa che non sapevo. Noi facevamo arco e frecce con le stecche degli ombrelli. Appassionante la lotta contro il pruppo: mi rizzicaru i carni.

u'longu ha detto...

Bellissima avventura, bellissima storia.
Sembra una storia dei Mari del Sud e invece una storia del nostro mare, qualche anno fa.
Quando i pesci eranto tanti, i bagnanti pochi e i paddechi usavano le camere d'aria dei camion
per inoltrarsi nel mare.
Adesso hanno i motoscafi, ma sempri paddechi rimangono.

Statua A ha detto...

Grazie Arcade, mio padre mi aveva raccontato anche dell'arco e frecce con le stecche degli ombrelli, lui ricorda che i primi a usare tale metodo furono i fratelli Bellino.
Ti saluta e mi dice di chiederti se ricordi la derivazione del tuo nomignolo "bahino", pare centri proprio la pesca..


Grazie anche a te Longu, effettivamente anche il nostro mare può offrirci spunti ed emozioni meravigliose.
Mio padre si sta facendo una grossa grassa risata sulla questione paddechi, dice, e io mi unisco a lui, che hai pienamente ragione, u paddecu resta sempri paddecu.
P.S. ti ringrazia molto dell'invito alla battuta di pesca, bellissima idea, non mancherà.

arcade fire ha detto...

Pescava, una famigliola di nostri amici fiorentini, da riva con la canna sutta ra villa. Non so, avrò avuto sei sette anni, il figlio minore poco più grande di me, mi mette sul palmo delle mani dei vermi vivi e dice :-Reggi esti bahini- Non afferrai il verbo e i sostantivi mi fecero schifo, ruotai il palmo e lasciai cadere sulla sabbia. S'incazzò, -O grullo, o ciuho- raccattò e ripetette l'operazione- reggi esti bahini- Lasciai cadere nuovamente. Minchia, mi vuliva minari se no tinivunu.
Mi rivolsi ai grandi, qui credo che c'entrasse mio compare Mimmo De Giovanni grande amico di Enzo, e chiesi. -Ma chi boli riri, mi nci tegnu? Chi boli riri bahini?
Mi spiegarono: da baco, bachino e i fiorentini che si mangiano la c.
Da allora Enzo mi chiamò molto simpaticamente, bahino.

Statua A ha detto...

Ricordi perfettamente Arcade,precisa tutta la descrizione, come me l'aveva detta mio padre, mi mimava sempre il tuo gesto con la rotazione del palmo della mano; e ricordi bene anche l'intervento di tuo compare Mimmo, con lui si sentono ogni tanto telefonicamente.
Bella questa mini-storia, una chicca.

chinnurastazioni ha detto...

Bella storia Statua, salutami il protagonista, veramente una avventura emozionante, certo che hai avuto una bella dose di sangue freddo, a dieci metri, con poco ossigeno nei polmoni non è facile mantenersi lucidi e agire in fretta. Navota nta sciumara u mari era chinu i pruppi e mureni , ora non c’è nchiù nenti, i strascichi hanno impoverito il fondale circostante.

romanaccia ha detto...

E bravo a Ninì. Epperò mio zio Enzo è più bravo e quando racconta lui non ce n'è per nessuno. E poi eddai non avrebbe mai detto pinna caudale omocerca! Baci e abbracci a tutta la parentela

Statua A ha detto...

Grazie Chinnu, il protagonista ringrazia e ricambia i saluti, ci sono certe situazioni in cui fai tutto per istinto, l' adrenalina scorre.
Maledetta pesca a strascico!


Claudiè ma papà è papà, alzo le braccia in segno di resa.
Qui ti baciamo e ti abbracciamo tutti, ciao.